“Non ci arrendiamo”, parla l’operaia della Melegatti  

Scritto da il 12 dicembre 2017

Non ci arrendiamo, parla l'operaia della Melegatti

Foto dalla pagina Facebook della Melegatti

Pubblicato il: 13/12/2017 16:19

di Chiara Moretti

C’è chi è passato a fare le sfogliatelle vicentine, qualcuno fa i tortellini di una delle più grandi famose aziende di San Giovanni Lupatoto, ma la maggior parte dei dipendenti sono rimasti ‘in famiglia’. Non si sono arresi e, proprio, ieri hanno sfornato gli ultimi pandori Melegatti dell’anno poche ore prima dell’annuncio della cassa integrazione per 5-6 settimane. Non è stato facile parlare con uno di questi operai, di mezzo c’è il tribunale perché la storica azienda è dal 9 novembre in concordato preventivo con riserva, ma alla fine una di loro – in assoluto anonimato – ha deciso di raccontarci il loro piccolo ‘miracolo di Natale’. “Grazie a tutti, anche alla campagna social #NoiSiamoMelegatti, siamo riusciti a vendere in soli 20 giorni di produzione almeno un milione e mezzo di pandori, solo un decimo degli anni passati, ma è stato un modo per rimetterci in marcia. Ora dobbiamo replicare con le colombe di Pasqua: ancora non siamo salvi, ma ce la stiamo mettendo tutta” dice all’Adnkronos, precisando che la prossima campagna sarà ancora più difficile. “Il lavoro sarà lungo, anche a livello produttivo, dovremo cambiare gli stampi, ci sono tempi tecnici importanti e le spedizioni dovranno essere fatte al più tardi entro la fine di febbraio per arrivare in tempo sugli scaffali dei supermercati”. A preoccupare sono anche i soldi del fondo maltese Abalone, i 6 milioni di euro che, secondo alcuni rumours, circolati in fabbrica e durante l’ultima assemblea sindacale, starebbero arrivando con il contagocce e, per ora, sarebbero stati erogati soltanto in minima parte. Per la produzione della Pasqua dovrebbero arrivare altri 10 milioni. “Altrimenti non si parte e come facciamo? Non è per noi, ma per i fornitori che hanno dimostrato grande solidarietà, dandoci gli ingredienti con pagamenti agevolati” sottolinea il dipendente.

Paura ce n’è tanta. Coraggio e timore si legge sui volti dei 90 dipendenti fissi e degli oltre 120 stagionali “che lavorano di notte davanti ai forni dello stabilimento”. I commissari, nominati dal tribunale, sono al lavoro per arrivare alla ristrutturazione del debito, che pesa per 10,5 milioni con le banche e 12 con i fornitori, ma il destino della Melegatti si conoscerà solo entro il 6 giugno dell’anno. Una lunga serie di errori insieme a una guerra tra famiglie hanno portato al disastro. A contendersi il timone dell’azienda i Ronca e i Turco, una minoranza che ha la volontà, ma non i numeri per salvarla dal fallimento. “Credo che ad affossarci in modo totale sia stato l’impianto avveniristico per fare i croissant a San Martino Buon albergo, 12mila metri quadri, il forno più grande d’Europa, inaugurato a inizio febbraio di quest’anno”. La nuova sede dell’azienda dolciaria veronese, nata nel 1894, avrebbe dovuto produrre 35mila pezzi al giorno, 200mila all’anno, “ma la spesa è stata troppo alta e in pochi mesi ci ha portato dove siamo ora”.

La cassa integrazione è stata un po’ una doccia gelata per i dipendenti che ancora attendono gli stipendi di agosto, settembre, ottobre. “Ci siamo rimasti malissimo, anche perché c’è da fare – spiega -. Dobbiamo prepararci per la Pasqua. Non pensavamo di dover ricorrere a questi ammortizzatori sociali”. Anche se in passato i più fortunati sono stati quelli che hanno ricevuto la cassa perché gli altri, gli impiegati e alcuni stagionali, non hanno avuto un soldo. “Come hanno tirato avanti? Con gli aiuti della famiglia, del marito o moglie, dei genitori, con il cosiddetto welfare privato e qualche risparmio, se c’era, perché sa non guadagniamo tanto. A fine mese ci si arrivava già al pelo”. Aiuti che traballano, però, quando nei casi più gravi, alla stessa catena di montaggio c’è sia il padre che il figlio. “Ci sono casi del genere. Entrambi con moglie e figli, chi aiuta chi? Eppure vengono a lavorare con noi, con passione e talento perché ci crediamo – conclude -. Non ci arrendiamo e credo che ce la faremo. Perché? Ci abbiamo messo l’anima. Ce lo meritiamo”.


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