Eutanasia, la battaglia di Irene  

Scritto da il 17 dicembre 2017

Eutanasia, la battaglia di Irene

Irene con il marito Andrea

Pubblicato il: 18/12/2017 15:55

Approvato il testamento biologico, la battaglia ora è l’eutanasia legale. Per raggiungere una “legge che consenta la libertà di scelta anche a chi come Irene, come Fabo, come Dominique Velati, come Davide Trentini, desidera interrompere una condizione di irreversibile sofferenza”. E’ la posizione espressa dall”Associazione Luca Coscioni’ che, sempre attraverso #LiberiFinoAllaFine, continua la sua battaglia a pochi giorni dal traguardo del Dat.

E per realizzare questo impegno ha scelto come nuovo volto della campagna quello di Irene, 30 anni, morta lo scorso 24 agosto per adenocarcinoma polmonare diagnosticato al quarto stadio nel 2015, due giorni dopo aver concluso le procedure per ottenere aiuto medico alla morte volontaria in Svizzera, senza riuscire a raggiungerla.

Malattia che non le ha impedito negli ultimi due anni di essere felice, viaggiare, adottare un cane e sposarsi, fa sapere l’Associazione diffondendo un video in cui proprio il marito Andrea Curiazi dice agli “illustri rappresentanti del popolo italiano” che è arrivata l’ora di parlare di eutanasia legale.

LA BATTAGLIA – Nel filmato ‘La battaglia di Irene’ – che si conclude con l’accorato e doloroso appello del marito (che sarà presente anche al Consiglio Generale dell’Associazione mercoledì 20 dicembre a Roma, giorno dell’11esimo anniversario della morte di Piergiorgio Welby) – si racconta tutta la storia della giovane.

LA STORIA – Irene aveva contattato la clinica svizzera ‘Dignitas’ a gennaio 2016, per fare richiesta di assistenza al suicidio ad agosto 2017 e contattare Marco Cappato al ritorno da un viaggio in camper in Nord Europa. Ma non ha fatto in tempo: è morta subito dopo aver presentato tutta la documentazione e fatto il pagamento dell’ultima tranche per avviare la richiesta di ‘luce verde provvisoria’. “Un iter che ha richiesto molto tempo. Troppo” afferma Curiazi nel filmato.

I COSTI – Irene non ha fatto in tempo a morire come avrebbe voluto; così come capita a chi non può permettersi i costi o non è più nelle condizioni di affrontare il viaggio o non può contare sull’aiuto di qualcuno che si assuma la responsabilità penale di assisterlo nel trasferimento.

FINE VITA – Irene avrebbe voluto essere padrona del suo destino ma soprattutto vorrebbe – sottolinea l’Associazione – che il suo caso possa essere d’aiuto a chi oggi, in Italia, lotta perché sia discussa e approvata in Parlamento una legge sul fine vita che possa garantire a tutti di decidere autonomamente e di morire degnamente.

LA PROPOSTA – Conquistato il testamento biologico, quindi, “l’obiettivo ora è il raggiungimento di una legge per la legalizzazione dell’eutanasia”. In Parlamento c’è già una proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale, conclude l’Associazione, “depositata 4 anni e mezzo fa e mai discussa nemmeno per un minuto”. La battaglia per i diritti continua.


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