Lavoro, Tiraboschi: “Scenario ancora a tinte fosche”  

Scritto da il 19 dicembre 2017

Lavoro, Tiraboschi: Scenario ancora a tinte fosche

Michele Tiraboschi

Pubblicato il: 20/12/2017 12:02

“Un positivo aumento dell’occupazione negli ultimi anni” a cui però si accompagnano ancora molte debolezze, “che riguardano soprattutto l’intensità della nuova occupazione (spesso a tempo parziale e a termine)”. E ancora “i salari bassi e l’assenza di politiche attive del lavoro”, che dovrebbero invece accompagnare le persone nelle sempre più frequenti transizioni da lavoro a lavoro. E il Jobs Act che “non ha saputo guardare alla trasformazione in corso del lavoro”. E’ uno scenario “ancora a tinte fosche e soprattutto molto complesso”, quello che tratteggia, con Labitalia, Michele Tiraboschi, giuslavorista, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia nel Dipartimento di Economia che porta il nome del suo maestro, Marco Biagi.

La lettura dei dati statistici che dà Tiraboschi concorda con quanto scritto nel 1° rapporto congiunto di ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal, che parla di ripresa in accelerazione e di mercato del lavoro in recupero, con un numero di occupati che nel 1° semestre 2017 si avvicina ai livelli del 2008 (poco meno di 23 milioni). Mentre in termini di ore lavorate il divario è ancora rilevante.

“Concordo con l’affermazione -spiega Tiraboschi- che aiuta da sola a comprendere come ci troviamo in uno scenario ancora a tinte fosche e soprattutto molto complesso da interpretare in cerca di soluzioni adeguate e di sistema. Se infatti un primo sguardo porta a sottolineare il positivo aumento dell’occupazione negli ultimi anni, che fa immaginare a breve un ritorno ai livelli pre-crisi, una analisi più approfondita fa emergere elementi di debolezza che riguardano soprattutto l’intensità della nuova occupazione (spesso a tempo parziale e a termine), che spiega la presenza di un numero di ore lavorate inferiore ai livelli pre-crisi”.

“Inoltre, il calo della produttività del lavoro al quale abbiamo assistito negli ultimi anni -dice il professore- potrebbe essere legato all’aumento di elasticità dell’occupazione al Pil che, come avanzato anche nel Rapporto, sembrerebbe connessa alle politiche di decontribuzione messe in atto tra il 2015 e il 2016 che, senza aver avuto la forza di invertire un trend che è ripreso al termine degli incentivi, ha generato una spinta dell’occupazione sconnessa dalle dinamiche economiche. Resta poi il grande tema dei bassi salari e della assenza di politiche attive”.

Intanto, il consolidarsi dell’impresa 4.0 sta cambiando velocemente il mercato del lavoro. E se l’Istat spiega che l’occupazione è cresciuta solo per effetto dei contratti a tempo determinato (mentre continuano a calare gli indipendenti), uno studio Censis – Confcooperative svela che aumentano anche i posti vacanti, per mancanza di personale formato o specializzato (ben 62.090 posizioni). “La tendenza alla diffusione di rapporti di lavoro di breve durata è una caratteristica -ricorda Tiraboschi-dell’intero mercato del lavoro europeo e anche statunitense: non mi stupisce, quindi, che siano in aumento i rapporti a termine”.

“Mi stupisce, invece, che non si affronti questa realtà dei fatti costruendo un vero sistema di politiche attive che accompagni le persone durante le sempre più frequenti transizioni occupazionali e che si tenti invece di fermare il fiume con le mani, investendo svariati miliardi di euro nel contratto a tempo indeterminato con interventi che, finché sono in vigore, generano effetti ma che non appena cessano mostrano di non aver modificato i trend del mercato del lavoro”, aggiunge.

Insomma, si ripete la ‘droga’ degli incentivi che finché ci sono funzionano, ma poi non generano posti. Anche il dato sui posti vacanti “è un dato a due facce: da un lato -osserva Tiraboschi, che è anche coordinatore scientifico di Adapt, la scuola di alta formazione fondata da Biagi- è positivo, perché evidenza una vitalità del mercato del lavoro e delle imprese italiane, che sono alla ricerca di nuove figure di cui hanno bisogno, dall’altro esprime una debolezza dei sistemi formativi e dell’incontro tra domanda e offerta del lavoro che, molto probabilmente, si acuirà nei prossimi anni vista la costante necessità di figure fino a poco tempo prima inesistenti, in virtù della domanda generata dall’innovazione e dalla tecnologia”.

Ora sta per chiudersi una legislatura che è intervenuta sul versante del lavoro sia con il Jobs Act sia con interventi finanziari (gli 80 euro, la decontribuzione per i neoassunti). Ma per Tiraboschi anche le politiche del lavoro di questa legislatura soffrono di un vizio italiano, ossia “mostrano come troppo spesso si pensi che l’intervento normativo sia la soluzione dei problemi del mercato del lavoro”.

“Abbiamo cambiato infatti tre governi e ciascuno ha introdotto o abrogato norme, rendendo meno certo -rimarca il giuslavorista- un diritto già molto incerto e poco effettivo. E per quanto riguarda il Jobs Act, che è stato l’intervento principale nella legislatura, ritengo che non abbia saputo guardare alla trasformazione del lavoro in corso. Avviato come un processo di politica industriale, sul modello del Jobs Act americano, è presto diventato un provvedimento che ha messo al centro il lavoro subordinato a tempo indeterminato, identificandolo come la forma di lavoro principale. E generando, inoltre, un nuovo dualismo al suo interno, grazie all’abolizione dell’articolo 18 unicamente per i nuovi assunti”.

“Il tutto senza la costruzione di un vero sistema di politiche attive, immaginato come funzionante unicamente a fronte della ricentralizzazione delle competenze regionali, che non si è verificata in seguito alla bocciatura del referendum costituzionale”. Insomma, un puzzle a cui mancano pezzi importanti. “Il lavoro di oggi è molto più complesso e variegato rispetto alla semplice distinzione subordinato-autonomo e la mia critica principale al Jobs Act è quella di non averlo capito”, sottolinea Tiraboschi.

Tiraboschi impugna la matita rossa e blu per gli interventi voluti dal governo. “Se dovessi individuare i peggiori provvedimenti -osserva- forse direi l’abolizione dei contratti a progetto e l’abolizione dei voucher. Tra i migliori, invece, il piano Industria 4.0, proprio perché non si tratta di una riforma legislativa del lavoro ma di un intervento sull’innovazione delle imprese. Se dovessi indicare un tassello mancante, direi una legge sul lavoro creativo e di ricerca non accademico, quello che si fa nelle imprese e nei centri di competenza. L’assenza di questo tassello non ci consente di investire sul lavoro progettuale e di innovazione dei prodotti e dei processi produttivi e organizzativi, che è il solo in grado di sostenere in modo robusto nuova occupazione anche per le figure meno qualificate”.

Biagi credeva fortemente nelle relazioni industriali. E oggi il sindacato come interpreta il suo ruolo di interlocutore e protagonista di grandi vicende industriali, come quella dell’Ilva? “Difficile dare un giudizio generale -avverte Tiraboschi- poiché i sindacati sono molti diversi tra loro per posizioni ideologiche, persone e metodo d’azione. Di certo, oggi siamo di fronte a un ruolo del sindacato che è tutt’altro che semplice: si trova ad affrontare situazioni nelle quali è necessario saper scendere a compromessi senza che questo per forza leda coerenza e diritti dei lavoratori. Il tema ambientale, destinato ad esplodere nei prossimi anni così come quello demografico, obbliga il sindacato ad individuare modalità nuove per conciliare il bene dei lavoratori e il bene della società, il cui equilibrio è spesso sottile”.

Insomma, i sindacati “sempre di più – osserva – saranno chiamati ad esprimere, attraverso la contrattazione, un ruolo di attore fondamentale all’interno di complessi ecosistemi territoriali e solo un sindacato che non sia ancorato alle posizioni del passato, ma che le converta in azioni dell’oggi, senza perdere valori e spinte originarie, sarà in grado di sopravvivere”. “In prospettiva – prosegue – vedo uno spazio di vera innovazione e gestione del lavoro che cambia nei territori: il recente accordo Confimi Bergamo, Fim, Uilm per la manifattura industriale mi pare, per esempio, una buona pratica da replicare in tutti i territori seguendo le specifiche vocazioni e le tradizioni”.

Un protagonista del dialogo sociale come il leader della Fim, Marco Bentivogli, è stato oggetto di minacce “che sono state ritenute preoccupanti da parte delle questure che hanno assegnato la scorta, quindi avranno avuto motivi sufficienti per prendere una decisione così grave”, dice Tiraboschi che aggiunge: “Da sempre il lavoro in Italia è un tema divisivo, e troppo spesso è capitato che la divisione da dialettica politica sia sfociata in azioni violente. Qualche preoccupazione c’è proprio perché viviamo una fase di transizione e di grande incertezza che crea preoccupazioni e risposte non razionali”.

Ora si guarda a un nuovo anno e a una nuova legislatura. E per Tiraboschi l’auspicio “è che non si realizzi nel 2018 quanto ho ipotizzato nel 2015 a commento della misura triennale di sostegno economico alle assunzioni a tempo indeterminato nell’ambito del Jobs Act”. “Terminati i generosi e inutili benefici economici, il rischio che molte aziende interrompano i rapporti di lavoro, per le assunzioni avvenute da marzo 2015, è evidente visto che è venuto meno per questi contratti il regime di stabilità dei posti di lavoro. Mi auguro di essermi sbagliato”, conclude.


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