Musica: Gabriele Ciampi, vorrei una rivoluzione al Festival di Sanremo  

Scritto da il 19 dicembre 2017

Gabriele Ciampi: Vorrei una rivoluzione al Festival di Sanremo

Pubblicato il: 20/12/2017 10:12

(di Veronica Marino) L’Italia è casa. L’America è il sogno musicale che si realizza. Ma il cuore batte sempre dove sono le radici tanto che oggi Gabriele Ciampi, giovane direttore d’orchestra e compositore, con importanti premi e riconoscimenti alle spalle, selezionato dalla Recording Academy per rappresentare l’Italia ai Grammi Awards 2018, sogna una rivoluzione nel Festival di Sanremo, “un patrimonio nazionale che ci fa conoscere nel mondo, un evento che ora, però, è noto più per il nome che per le canzoni. Un fatto un po’ preoccupante”. Dopo un incredibile numero di concerti messi a segno in questi anni in ambito internazionale e aver incassato la soddisfazione di comporre per Michelle Obama e dirigere la propria musica alla Casa Bianca, ora Gabriele Ciampi si avvicina al suo quinto concerto all’Auditorium Parco della Musica che il 1° gennaio darà il via a ‘The 5th year tour’ il cui titolo vuole festeggiare cinque anni di carriera live.

Un momento appagante che gli consente di avere una visione più ampia, di fermarsi a riflettere sul panorama musicale generale e sui punti deboli del festival della canzone italiana: “Ci vorrebbe una rivoluzione a Sanremo che parta dalla scelta della giuria con esperti del settore non legati all’ambiente discografico. Le etichette al Grammy non partecipano alla selezione. Ovviamente mandano i loro artisti, ma poi stanno in panchina, osservano. Sul campo, quindi, non c’è l’indusrtria ma ci sono il professionista, l’artista, il tecnico. A Sanremo, purtroppo, è il contrario: sono le etichette che creano un po’ il Festival e bisogna lanciare il personaggio perché non si è in grado di scrivere una buona canzone”.

“Il Grammy – sottolinea Ciampi – riceve ogni anno 20mila titoli che non sono selezionati in base a quanto il prodotto vende sul mercato o a quale etichetta lo distribuisce ma esclusivamente in base alla qualità di quello che viene proposto. Qualità che viene giudicata da esperti del settore valutati con la massima scrupolosità, in base al loro background artistico e soprattutto ai concerti realizzati. Il live, infatti, è qualcosa che serve a capire se l’artista riesce veramente a fare quel tipo di lavoro perché oggi con la tecnologia a disposizione, tutti possiamo registare delle canzoni in un cd. Ecco perché la selezione si basa sullo screening dei live e non del numero di dischi pubblicati. Nella giuria, così selezionata, ci sono quindi un direttore d’orchestra, un compositore, un esecutore e, relativamente all’ambito di studi, vengono assegnate le categorie. Si ha così un preciso campo di azione, nel mio caso la composizione, ed io quindi giudico solo la composizione da un punto di vista musicale e armonico, sia che si tratti di un brano hiphop, pop, new age. Il mio è un lavoro tecnico su ciò che la partitura propone e su cosa può esserci di nuovo”.

In questo percorso “che dura 6 mesi l’aspetto commerciale non è considerato – rileva il direttore d’orchestra – Io, ad esempio, non so quanto un’artista, magari come Shakira, possa aver venduto l’anno scorso, però magari ricevo il suo ultimo singolo. E se a mio parere l’artista ha qualcosa nell’interpretazione e la canzone ha qualcosa di nuovo dal punto di vista armonico e melodico, per me è una canzone che può andare avanti. Poi non importa se non avrà un successo commerciale perché il Grammy non è costruito per grandi artisti. Questo è un po’ il paradosso. Si pensa erroneamente che il Grammy sia riservato a grandi nomi dell’industria discografica e invece no. Il Grammy è per emergenti, quindi, tutto ciò che ha qualità può emergere tra quei 20mila titoli che si ricevono ogni anno fino ad arrivare alla nomination”.

“Magari avremo Jay-Z in nomination – fa notare il compositore – ma avremo anche l’artista, nel caso per esempio del country, che si è esibito per strada nei locali fino all’anno scorso ed entrambi si trovano sullo stesso palco ad essere giudicati alla finale degli oscar della musica. C’è, quindi, un equilibrio incredibile e credo sia da prendere come esempio per altri concorsi importanti. Per quanto riguarda l’Italia io difendo Sanremo”, dice Ciampi, invitando però a una riflessione. “Quando vinse Modugno nel 1958, tutti si ricordarono (e ancora si ricordano) il testo di ‘Nel blu dipinto di blu’. Io, come compositore, mi concentro sulla musica e quindi posso dire che la novità che lui ha portato è stata l’inserimento di alcune ritmiche particolari in un linguaggio estremamente semplice dei controtempi, cosa che non aveva fatto nessuno prima di lui. Questa è la grande forza della canzone italiana. Poi da allora è stato tutto un copia e incolla e quando fai un copia e incolla alla fine emerge il personaggio. E così non ricorderai mai la canzone”.

“Dei Grammy non ti ricordi il personaggio ma ti ricordi la canzone – osserva Ciampi – Per questo mi auguro che in futuro (ma anche ora visto che c’è un direttore che è un artista) ci sia più qualità nel processo di selezione della giuria, perché tutto parte da lì e perché è la giuria che poi decide quali canzoni sono adatte da un punto di vista musicale per quello che mi riguarda. Poi magari un grande autore potrà dire la sua dal punto di vista del testo. Sarebbe un errore avere un compositore in giuria che decide tutto quanto e quindi anche se una canzone ha un buon testo. A ognuno il suo campo. Noi abbiamo, invece, una invasione di campi e assistiamo a queste giurie in cui si trovano registi e attori perché sono esperti di musica. Ma che vuol dire? Noi musicisti studiamo 8 ore al giorno per 10 anni. La competenza puoi svilupparla in un campo solo e io riesco a valutare bene orchestrazione e modalità attraverso le quali la canzone viene strutturata da un punto di vista melodico”, poi mi fermo.

Gabriele Ciampi ha diretto la sua musica per il tradizionale White House Holiday alla Casa Bianca, ma dirigerebbe anche “per l’amministrazione Trump, per Donald Trump, per la First Lady senza problemi perché – argomenta – è un prestigio e un onore essere chiamato dal presidente degli Stati Uniti qualunque esso sia. Per un artista non importa il nome ma la figura e il luogo istituzionale. La musica è di tutti e non ha colore. Al di là dell’opinione personale che si può avere, la propria arte e quindi ciò che esprime deve essere alla portata di tutti”. Chissà che alla fine non succeda visto che qualcosa già si è mosso: “L’ambasciata americana si è attivata per farci sapere che ci tengono a partecipare al mio concerto del 1° gennaio all’Auditorium Parco della Musica. La cosa mi ha colpito perché avrebbero potuto tranquillamente disinteressarsi considerando la rivalità che c’è tra i Repubblicani e i Democratici. E invece musica e arte vanno oltre”.

Non solo direttore d’orchestra ma anche compositore, Gabriele Ciampi ha una segreta fonte di ispirazione: il solo climbing e la sua passione per la roccia. Sì, Ciampi è anche un alpinista provetto: “Il solo non è andare liberi su una montagna privi di sicurezza che è davvero un rischio inutile, ma è una occasione, da realizzare in piena sicurezza, per stare con se stessi, fare percorsi lunghi, dormire su una montagna in completa solitudine. Un po’ come essere seduti al pianoforte. Un momento di forte meditazione al di là dell’attività sportiva e dell’impegno anche fisico. E questo è l’anello di congiunzione fra la musica e il solo climbing che mi fa star bene e mi aiuta anche a sviluppare il processo creativo. Dopo una notte passata al Joshua Tree su una cima alle 6 del pomeriggio nel buio più totale, ti vengono in mente delle idee che poi germogliano. E’ una passione che voglio portare avanti ovunque io mi trovi”.

Ciampi ha lasciato l’Italia in cerca della strada da percorrere per esprimere a pieno il proprio talento. La rotta del cuore, delle emozioni, sembra proprio la sua cifra: “Quando scrivo un brano prevale sempre quello che ho dentro. E’ un modo di comunicare. Le arti servono a comunicare una determinata sensazione. Io ho la scrittura musicale per cui qualsiasi tipo di sensazione ho all’interno, l’unico modo per trasmetterla a chi ascolta è prendere pentagramma e matita e scrivere. E mi interessano poco l’aspetto commerciale e la moda del momento. Magari non venderò milioni di copie ma riuscire in un concerto a trasmettere un certo messaggio per me è la soddisfazione più bella. Non c’è modo di pensare a un discorso commerciale legato alla produzione artistica che deve assolutamente essere libera!“. E anche nella musica per il cinema “bisognerebbe tornare indietro, quando i compositori ricevevano una sceneggiatura ed erano liberi di trasmettere quello che sentivano”.


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