Ilva, “Italia recuperi 84 milioni di aiuti illegali”  

Scritto da il 20 dicembre 2017

Ilva, Italia recuperi 84 milioni di aiuti illegali

Pubblicato il: 21/12/2017 13:30

L’Italia proceda al recupero presso l’Ilva di un indebito vantaggio, “quantificabile in circa 84 milioni di euro”. E’ quanto ha stabilito la Commissione europea al termine dell’indagine approfondita sulle misure di sostegno a favore del produttore di acciaio, concludendo che i due prestiti concessi nel 2015 comportavano aiuti di Stato illegali.

La decisione dell’Antitrust Ue, precisa la Commissione in una nota, “non interferisce con l’attuazione delle misure ambientali essenziali per porre rimedio all’inquinamento del sito Ilva di Taranto” e “non interferisce nemmeno con la procedura di vendita degli attivi dell’Ilva, in relazione alla quale la Commissione sta attualmente conducendo un’altra indagine, per verificarne la compatibilità con le norme dell’Ue in materia di concentrazioni”.

LA CESSIONE – “La migliore garanzia di sostenibilità futura della produzione siderurgica dell’area di Taranto consiste nella cessione degli attivi dell’Ilva a condizioni di mercato; l’impresa non può dipendere dal sostegno artificiale dello Stato”, afferma nel comunicato il commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager. “La nostra indagine ha rivelato che due misure di sostegno pubblico hanno conferito all’Ilva – aggiunge – un vantaggio indebito, grazie al quale ha potuto finanziare le proprie operazioni correnti. Ciò non altera il fatto che, se l’Ilva viene gestita oculatamente, il suo futuro è sostenibile. Come ha evidenziato la procedura di vendita gestita dal governo italiano, vi sono diversi potenziali offerenti disposti ad investire nel futuro dell’Ilva e ad adeguare lo stabilimento alle norme ambientali vigenti”.

Quando la Commissione ha aperto l’indagine, ricorda ancora Vestager, “abbiamo esplicitamente dichiarato che l’esame della compatibilità con le norme in materia di aiuti di Stato non avrebbe intralciato o rallentato gli interventi urgenti di bonifica ambientale nell’area di Taranto. Per proteggere la salute degli abitanti di Taranto, tali interventi essenziali di risanamento ambientale dovrebbero procedere senza ritardi.”

L’INDAGINE – L’indagine della Commissione ha confermato che due delle cinque misure hanno conferito all’Ilva un vantaggio indebito. In particolare, il sostegno riguarda le condizioni finanziarie di una garanzia statale su un prestito di 400 milioni di euro e ad un prestito pubblico di 300 milioni per finanziare il fabbisogno di liquidità per le attività commerciali del gruppo e non per i costi della bonifica ambientale. Entrambe le misure “sono state concesse a condizioni più favorevoli rispetto alle condizioni di mercato e hanno avvantaggiato l’Ilva rispetto agli altri produttori di acciaio dell’Ue”, rileva la Commissione.

In quanto beneficiaria di fondi pubblici sotto forma di garanzie o finanziamenti, l’Ilva deve ora rimborsare circa 84 milioni di euro di aiuti (interessi esclusi), corrispondenti alla differenza tra le condizioni finanziarie del prestito e della garanzia e le condizioni prevalenti sul mercato. Inoltre, per quanto riguarda il futuro, le condizioni di concessione del prestito e della garanzia dovranno essere adeguate alle condizioni di mercato.

IL RIMBORSO – L’obbligo di rimborso spetta all’Ilva e non se ne prevede il trasferimento all’eventuale futuro acquirente, a condizione che vi sia discontinuità economica tra il gruppo e l’entità acquisita dal nuovo proprietario. Tale valutazione sarà definita una volta completato l’esame della compatibilità con le norme sulle concentrazioni.

La Commissione ha inoltre esaminato altre tre misure di sostegno, concludendo però che esse non si configurano come aiuti di Stato, essendo conformi alle condizioni di mercato, non risultando imputabili allo Stato italiano o non comportando fondi pubblici. È questo in particolare il caso dei fondi pari 1,1 miliardi di euro che i proprietari dell’Ilva hanno trasferito alla società nel giugno 2017 e che sono destinati a porre rimedio alle gravi carenze ambientali delle attività del sito di Taranto.


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