Le donne dell’Isis, una minaccia ‘in rosa’ per l’Europa  

Scritto da il 26 dicembre 2017

Le donne dell'Isis, una minaccia 'in rosa' per l'Europa

La pagina di un sito oscurato dalla polizia (Fotogramma)

Pubblicato il: 27/12/2017 17:03

Ragazzine ingenue che seguono l”amore della vita’ nelle terre del Califfato, Erinni ancora più radicali dei loro mariti o giovani donne che si trovano in Siria o in Iraq quasi passassero di lì per caso. Sono solo alcuni degli stereotipi che vengono utilizzati per descrivere le donne del Jihad, un fenomeno che inizia a diventare rilevante ai fini della sicurezza pubblica in Europa: la minaccia “diretta e indiretta” posta dalle donne jihadiste, avverte l’Aivd (Algemene Inlichtingenen Veiligheidsdienst, Servizio Generale di Intelligence e di Sicurezza), il servizio segreto interno olandese, in un recente rapporto dedicato al fenomeno, “non dovrebbe essere sottovalutata”, dato che “non solo sostengono la causa jihadista con attività di rilevanza cruciale, ma alcune nelle zone di conflitto sono pronte a imbracciare le armi”.

DONNE DEDITE ALLA CAUSA JIHADISTA – Il ruolo che l’altro sesso svolge all’interno del movimento jihadista, spiega l’intelligence olandese, non deve essere sottostimato, dato che, in molti casi, le donne “sono dedite alla causa jihadista almeno quanto lo sono gli uomini”. Esse costituiscono “una minaccia per la società olandese”, reclutando altri adepti alla causa, producendo e spargendo propaganda, raccogliendo fondi. E indottrinando i loro figli, crescendo così altri jihadisti. Le donne, avvertono i servizi olandesi, costituiscono una componente “essenziale” del movimento jihadista, sia nei Paesi Bassi che nell’area di conflitto in Siria e Iraq.

Al novembre 2017, spiegano i funzionari dell’intelligence del Paese dei tulipani, c’erano in Olanda circa un centinaio di donne aderenti all’ideologia jihadista, cui ne vanno aggiunte circa 80 che sono migrate in Siria e Iraq a partire dal 2012. Non era mai accaduto nella storia del Paese che un numero così elevato di donne viaggiasse verso aree del pianeta in cui era in corso un conflitto ispirato al Jihad, la ‘guerra santa’. All’interno del movimento jihadista, osserva l’Aivd, non c’è un vero ‘consensus’ sull’utilizzo delle donne in guerra. Ci sono tuttavia precedenti di utilizzo delle militanti per portare a termine attacchi suicidi, in particolare da parte di Al Qaeda in Iraq (Aqi), dell’Islamic State in Iraq (Isi), uno dei predecessori dell’Isis, e dei somali al-Shabaab.

RUOLO DELLE DONNE – Al Qaeda assegna alle donne principalmente un ruolo di supporto: non permette loro di portare a termine attacchi e, fino a qualche tempo fa, lo stesso faceva l’Isis. Tuttavia, sotto la pressione militare, le cose stanno cambiando: l’Isis, spiegano i servizi olandesi, è un’organizzazione “pragmatica ed opportunista”, che sta cercando “nuove possibilità”, specialmente alla luce dell’assottigliamento del numero dei militanti. Pertanto, “la minaccia violenta posta dalle donne jihadiste sia nella zona di conflitto che in Olanda potrebbe benissimo aumentare”. In Olanda le donne che abbracciano l’ideologia jihadista spesso hanno una scarsa cultura religiosa e, nel processo di radicalizzazione, vengono in contatto con jihadisti che utilizzano siti internet, articoli e social media per presentare la loro versione dell’Islam come la ‘vera fede’.

LA RADICALIZZAZIONE – Spesso costoro tentano di isolare le donne dai loro amici, familiari o congiunti moderati, sostenendo che questi ultimi non seguono il ‘vero’ Islam. Alcune ci cascano, e tagliano i ponti con gli amici, con i genitori o con l’imam. Il loro isolamento rende più forte l’influenza che i loro contatti jihadisti hanno sul loro pensiero. I percorsi di radicalizzazione, tuttavia, sono individuali: alcune donne “si radicalizzano senza alcun contatto con altri jihadisti, con cui vengono in contatto solo successivamente”. A queste donne, quale che sia il loro percorso di radicalizzazione, il Califfato viene presentato come un luogo in cui potranno praticare la loro fede, libere dalle discriminazioni che invece subiranno in Olanda, dove, viene loro detto, non saranno mai le benvenute, a causa del loro ‘background’ religioso o etnico.

Per questo, anche in questi mesi di forti difficoltà militari per lo Stato Islamico, “il concetto di Stato Islamico continua ad esercitare un’attrazione su queste donne”. Una volta radicalizzate, si impegnano nella propaganda, che spesso si focalizza sulla situazione dei musulmani (specie dei bambini) nelle zone di guerra, sulle discriminazioni che i musulmani subiscono in Occidente e sulla giustificazione della violenza jihadista come una risposta legittima a tutto questo. Non solo: alcune militanti in Olanda aiutano e assistono materialmente chi viaggia per il Jihad, mentendo e fornendo coperture.

Malgrado la forte pressione militare sull’Isis, nota l’intelligence olandese, “in Olanda ci sono tuttora donne che vogliono viaggiare verso la Siria e l’Iraq”, cosa che, dal 2012 ad oggi, hanno fatto almeno in ottanta, molte delle quali sono partite tra il 2013 e il 2014. La maggior parte si è unita all’Isis, mentre alcune sono finite in Hay’at Tahrir al-Sham, la ex Jabhat al-Nusra, un gruppo alleato di Al Qaeda. Quasi tutte sapevano che stavano andando ad unirsi a gruppi jihadisti, ma alcune si erano fatte un’idea irrealistica della vita che le aspettava nel Califfato. Califfato che ora sta rapidamente collassando.

LA CONDIZIONE DELLE DONNE – Una volta arrivate nello Stato Islamico, spiega l’Aivd, tutte le donne vengono detenute in apposite case, spesso piccole, sporche e infestate da parassiti, dalle quali non possono uscire prima di aver trovato un marito o prima che il loro consorte, se già ne hanno uno, abbia passato l’interrogatorio e completato l’addestramento. Una volta lasciata la ‘casa delle donne’, una donna nel Califfato non può uscire se non accompagnata da un membro maschio della famiglia, anche se non è chiaro quale sia ora la situazione al riguardo, con lo Stato Islamico al collasso. La maggior parte delle donne in zona di conflitto sono sposate, moltissime hanno figli.

Le vedove sono incoraggiate a risposarsi. Le madri, notano i servizi segreti olandesi, “svolgono un ruolo importante nell’indottrinamento ideologico dei loro figli e nel trasmettere l’interpretazione radicale dell’Islam propria dell’Isis”. Oggi “ci sono almeno 100 bambini olandesi” nella zona di conflitto, in larga parte concentrati nel territorio dell’Isis; la maggior parte di questi bambini è molto giovane. Mentre prima si occupavano di reclutamento, raccolta di fondi e produzione di propaganda, oggi alcune donne nel Califfato fanno da insegnanti o da infermiere.

Tuttavia, sottolinea l’Aivd, “un certo numero di donne olandesi con l’Isis ha avuto una diretta esperienza di violenza: alcune sono state addestrate all’uso delle armi”. Le donne in zona di guerra possono portare armi e cinture esplosive, cosa che fa “un numero considerevole” di olandesi, spesso incoraggiate dai mariti. Un “numero ridotto” di donne olandesi ha espresso il desiderio di impegnarsi in atti di violenza per conto dell’Isis, anche sul campo di battaglia.

LA DELUSIONE – Non tutte le donne, tuttavia, vogliono restare nelle zone di guerra: la delusione, la realtà della vita in zona di conflitto e la crescente pressione militare sono potenti spinte al desiderio di far ritorno in Olanda. Spesso le donne che vogliono partire temono di essere separate dai figli, ad opera dell’Isis oppure al loro ritorno in Olanda. Rientrare nei Paesi Bassi non è semplice, anche perché i gruppi jihadisti adottano misure per impedirlo. Ciò nonostante, “finora più di dieci donne sono ritornate in Olanda, specialmente prima del 2015, quando era ancora facile organizzare un viaggio simile”.

Per alcune, la disillusione è stata la principale molla alla base della decisione di rientrare, ma “il fatto che siano deluse – avverte il servizio di sicurezza – non significa che abbiano rinunciato ai loro ideali jihadisti”. In Olanda, alcune di loro hanno riassunto i vecchi ruoli e persino occupato posizioni più prominenti nelle rispettive reti jihadiste. L’attenzione loro riservata dalle autorità può contribuire ad elevarne l’importanza agli occhi degli altri jihadisti; c’è comunque chi non vuole più avere nulla a che fare con il movimento, una volta ritornata a casa.

A mano a mano che la pressione militare sui gruppi jihadisti in Siria e Iraq si andrà intensificando, “sempre più donne olandesi tenteranno di scappare”. Una cosa va però tenuta in mente: le donne che sono tornate in Olanda prima del 2017 sono rimaste in zona di guerra in media per sei mesi. Quelle che sono in Siria e in Iraq adesso, in media ci sono state tre o quattro anni. Pertanto, “sono rimaste esposte all’ideologia jihadista e alla violenza più a lungo” e “hanno costruito una rete internazionale di contatti nel milieu jihadista”.

DONNE IN BATTAGLIA – E, dopo il ritorno in Olanda, “un numero considerevole di loro manterrà le proprie idee e legami jihadisti, in misura minore o maggiore”. E, con la crescente penuria di combattenti maschi, alcuni gruppi jihadisti “probabilmente utilizzeranno le donne” in battaglia. Pertanto, militanti olandesi “potrebbero essere uccise in combattimento, oppure ritornare in Olanda con un’esperienza diretta di violenza”. Se i gruppi jihadisti assegnano un ruolo violento alle donne, inoltre, ciò “avrà un’influenza anche sulle militanti jihadiste in Olanda”. Il fatto che finora Isis e Al Qaeda non consentissero esplicitamente alle donne di effettuare attacchi “può aver funzionato come una barriera”, ma “ora che l’Isis incoraggia le donne a partecipare alla battaglia, anche le donne jihadiste in Olanda potrebbero trarne ispirazione per darsi alla violenza”, ammonisce l’Aivd.

Non è un rischio teorico. C’è già un precedente: la mattina del 4 settembre 2016 la polizia ha rinvenuto a un centinaio di metri dalla cattedrale di Notre-Dame, a Parigi, una Peugeot 607 piena di bombole di gas e di taniche di benzina. L’attentato è fallito, per il malfunzionamento del detonatore, rudimentale, ma a metterlo in atto sono state tre giovani donne, “radicalizzate e fanatizzate”, come le definì l’allora ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve. L’operazione sarebbe stata diretta da esponenti dell’Isis in Siria.


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