Martin Monti, lo scienziato italiano che fa ‘ripartire’ il cervello dopo un coma  

Scritto da il 2 gennaio 2018

Martin Monti, lo scienziato italiano che fa 'ripartire' il cervello dopo un coma

Martin Monti

Pubblicato il: 03/01/2018 12:18

di Barbara Di Chiara

Una nuova tecnica in grado di far ‘ripartire’ il cervello di pazienti che sopravvivono al coma, ‘massaggiando’ l’area cerebrale dove dimora la coscienza. Con l’idea finale di mettere a punto un apparecchio che possa aiutare le persone in stato vegetativo o in minima coscienza a recuperare le facoltà cognitive. A lavorare a questo ambizioso progetto il neuroscienziato italiano Martin Monti, in forze oggi all’università della California di Los Angeles (Ucla), dove dirige un laboratorio di ricerca focalizzata proprio sui misteri del coma. Il gruppo di Monti ha applicato fino a oggi la tecnica su 5 pazienti, pubblicando già il primo caso al mondo su ‘Brain Stimulation’, ma continuando a raccogliere dati ed esperienze per arrivare a 10 pazienti entro due anni.

“Lo studio della tecnica Lifu (Low Intensity Focused Ultrasounds, ultrasuoni focalizzati a bassa intensità) – racconta Monti all’Adnkronos Salute – adesso è il centro del nostro lavoro. Negli ultimi 10 anni ci siamo occupati di studiare le basi neurali e strutturali del perché un paziente recupera dopo un coma, e un altro no: abbiamo capito che esiste una parte del cervello, il talamo, intimamente legato alla guarigione. Ma questo da solo non esaurisce tale compito: la sua geometria di connessione al resto del cervello è tale che esso interagisce con la corteccia, inviando e ricevendo segnali. Ed è questo circuito a essere necessario per mantenere la coscienza, la memoria, le nostre paure, i nostri desideri. E ora che abbiamo questo target nel cervello – spiega – possiamo stimolarlo”.

“Sappiamo – prosegue il neuroscienziato – che peggio sta il talamo, peggio sta il paziente in stato vegetativo. L’idea di intervento con gli ultrasuoni mira proprio a cercare di far ripartire il circuito talamo-corteccia. Alcuni ci hanno provato inserendo un elettrodo nel talamo, operando però un foro nella scatola cranica. Noi utilizziamo una nuova tecnologia a ultrasuoni focalizzati a bassa intensità, che non è invasiva: si sfrutta un suono emesso da un altoparlante posto a livello della tempia, che produce un’onda, che andiamo a focalizzare (come fosse una ‘lente’ di ingrandimento) sul talamo, con l’effetto quasi di ‘massaggiarlo’. Sappiamo che a questa bassa intensità, se si stimola in un modo particolare e con certi ritmi, il risultato è di ‘eccitare’ le cellule del talamo, che quindi inviano messaggi alla corteccia. Innalzando il livello di comunicazione in questo circuito fondamentale. Al momento attuale non esiste altra tecnica che riesca a fare questo, senza dover bucare la testa del paziente”.

Nel primo paziente, un ragazzo di 25 anni che ha subìto un grave incidente stradale ed era in coma da 2 settimane, si sono avuti risultati incredibili: “Già il giorno dopo la prima stimolazione, mostrava molti più segni di facoltà cognitiva: muoveva ad esempio gli occhi a comando. Due giorni dopo capiva, ma non si esprimeva, se non con un ‘sì o no’ con la testa. La settimana successiva cercava già di camminare. Naturalmente questo recupero può accadere anche spontaneamente, è possibile che sarebbe comunque avvenuto. Proprio per questo stiamo raccogliendo più dati possibile”.

Il secondo e il terzo paziente dopo 2 stimolazioni non hanno mostrato risultati così evidenti: “Uno ha avuto un piccolo miglioramento comportamentale, ma non è passato da una categoria diagnostica all’altra; l’altra, una donna, non ha mostrato risultati clinici. Questi rappresenteranno i nostri casi di confronto. Ma il paziente più interessante, che era completamente in coma, e aveva quasi zero in tutti gli score clinici, dopo la prima stimolazione d’improvviso è passato a uno stato vegetativo, ha aperto gli occhi. Il giorno dopo è ritornato in coma. Allora abbiamo eseguito una seconda stimolazione: all’indomani, all’improvviso, è ritornato in stato vegetativo, ma faceva molte più cose, apriva e muoveva gli occhi e non è più tornato in coma. E forse questo ci suggerisce che servono almeno un paio di stimolazioni per avere risultati. Questo è ciò che stiamo cercando di capire”.

In pratica, ancora prima di ‘brevettare’ la nuova tecnica, l’obiettivo principale del gruppo guidato da Monti è arrivare a capire “quanta infrastruttura cerebrale deve essere presente perché un paziente possa recuperare. C’è oggi una grande variabilità nei risultati di qualsiasi trattamento viene eseguito su questi pazienti: in alcuni le varie terapie funzionano, in altri no, e credo che sia questo il segreto, riuscire a capire qual è l’archittettura cerebrale minima perché un paziente possa rispondere e, a quel punto, quale sia il migliore trattamento”.

Fatto questo, la tecnica degli ultrasuoni si propone come una delle più promettenti: “Stiamo arruolando altri pazienti. Ma sono pazienti delicati e ci vuole tempo per raccogliere abbastanza dati da presentare alla comunità scientifica. Fra 5 anni spero ne avremo a sufficienza per pubblicare i risultati“.

Monti rivolge parole di profonda stima nei confronti della neuroscienza italiana, anche se confessa di “stare molto bene” in California. “Lavoro in una realtà accademica in costante fermento – racconta – che offre moltissime opportunità. Ma in Italia ci sono centri di altissimo livello. Con alcuni, come il Besta di Milano, lavoriamo in collaborazione e abbiamo anche ottenuti fondi di ricerca per studiare il recupero dalle grandi cerebrolesioni. In ogni caso, la tecnologia che stiamo studiando mi piacerebbe importarla in Italia”, conclude.


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