Sanità, Gimbe: “Serve nuovo patto tra Governo e Regioni”  

Scritto da il 28 gennaio 2018

Sanità, Gimbe: Serve nuovo patto tra Governo e Regioni

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Pubblicato il: 29/01/2018 11:30

La sanità italiana viaggia a più velocità, mettendo sempre più in crisi il principio di universalità che è uno dei pilastri del Servizio sanitario nazionale. Per una reale tutela serve invece “un nuovo patto tra Governo e Regioni, che abbia realmente al centro la salute delle persone. Stop alle contrapposizioni“. E’ questo, in sintesi, l’appello della Fondazione Gimbe, rivolto anche al prossimo esecutivo, lanciato insieme agli esperti riuniti nei giorni scorsi a Como per la Winter School 2018 di Motore Sanità.

“Dal un punto di vista etico, sociale ed economico – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe e coordinatore della sessione dedicata al tema del regionalismo e della riorganizzazione del Ssn, insieme ad Angelo Lino del Favero, direttore generale dell’Istituto superiore di sanità – è inaccettabile che il diritto costituzionale alla tutela della salute, affidato ad una leale quanto utopistica collaborazione tra Stato e Regioni, sia condizionato da politiche sanitarie regionali e decisioni locali che generano diseguaglianze nell’offerta di servizi e prestazioni sanitarie, alimentano sprechi e inefficienze e, soprattutto, influenzano gli esiti di salute della popolazione”.

Cartabellotta ha elencato le tante variabilità regionali a dimostrazione che l’universalismo del Ssn si sta disgregando: dagli adempimenti dei livelli essenziali di assistenza alle performance ospedaliere secondo il programma nazionale Esiti, dalla dimensione delle aziende sanitarie alla capacità di integrazione pubblico-privato, dal variegato contributo dei fondi sanitari integrativi a quello delle polizze assicurative, dalla disponibilità di farmaci innovativi all’uso di farmaci equivalenti, dalla governance della libera professione e delle liste di attesa alla giungla dei ticket, dalle eccellenze ospedaliere del Nord alla desertificazione dei servizi territoriali nel Sud, dalla mobilità sanitaria alle diseguaglianze sugli stili di vita, dai requisiti minimi di accreditamento delle strutture sanitarie allo sviluppo delle reti per patologia.

“Siamo di fronte a 21 sistemi sanitari regionali – osserva Cartabellotta – liberi di declinare in maniera eterogenea l’offerta di servizi e prestazioni davanti ad uno Stato che si limita ad assegnare le risorse e verifica l’adempimento dei Lea con una ‘griglia’ capace di catturare solo macro-diseguaglianze. E i Piani di rientro per le Regioni inadempienti, guidati più da esigenze finanziarie che dalla necessità di riorganizzare i servizi, hanno scaricato sui cittadini servizi sanitari peggiori con nefaste conseguenze sull’aspettativa di vita, addizionali Irpef più elevate per risanare i conti regionali e necessità di curarsi altrove”.

Nel 2016 la mobilità sanitaria ha spostato oltre 4,15 miliardi di euro, prevalentemente dal Sud al Nord: ma se le spese sono a carico del Ssn, i costi che i cittadini devono sostenere per viaggi, disagi e quelli indiretti per il Paese sono enormemente più elevati. Senza contare che la mobilità sanitaria non traccia la mancata esigibilità dei Lea territoriali e soprattutto socio-sanitari, diritti che appartengono alla vita quotidiana e non all’occasionalità di un intervento chirurgico.

“Una rinnovata governance del Servizio sanitario nazionale – conclude il presidente della Fondazione Gimbe – non può continuare ad avvitarsi sulla contrapposizione tra centralismo e regionalismo, scaricando sui cittadini il conflitto istituzionale tra poli sempre più indeboliti. Ecco perché il prossimo Esecutivo, senza necessariamente passare attraverso riforme costituzionali, ha il dovere etico di trovare soluzioni tecniche per potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sui 21 sistemi sanitari regionali, nel pieno rispetto delle loro autonomie: dal monitoraggio più analitico degli adempimenti Lea ad una riforma dei Piani di rientro, dalla revisione dei criteri di riparto collegati a sistemi premianti a cascata alla diffusione virtuosa delle best practice regionali, dall’idoneità della Conferenza Stato-Regioni come strumento di raccordo tra Stato ed enti territoriali alla gestione della ‘questione meridionale'”.


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