“Visti negati ai turisti della sanità”  

Scritto da il 1 febbraio 2018

Visti negati ai turisti della sanità

(foto Fotogramma)

Pubblicato il: 02/02/2018 12:24

La sfida di attrarre pazienti dall’estero, l’internazionalizzazione delle cure, sono “un’opportunità per il Paese perché si creano risorse economiche che possono poi essere utilizzate per il sistema, quindi anche per i pazienti del Ssn”. Ma la burocrazia dei visti e l’Iva frenano l’arrivo dei ‘turisti’ della sanità. A evidenziarlo è Gian Luca Mondovì del Gruppo di lavoro Medical tourism di Assolombarda, in occasione del lancio di ‘Health Lombardy’, sito web dedicato al turismo sanitario realizzato dal Gruppo Sanità di Assolombarda per “promuovere l’eccellenza lombarda all’estero” e favorire l’approdo dei pazienti ‘globetrotter’ nelle strutture della regione. I big della sanità privata scendono in campo allestendo una vetrina online, ma invocano anche un impegno del sistema Paese.

“Parliamo di un mercato che la Medical Tourism Association stima in circa 100 miliardi di dollari e 11 milioni di pazienti coinvolti – ricorda Gabriele Pelissero, presidente del Gruppo Sanità di Assolombarda e presidente di Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) – Ma per essere competitivi occorre che l’Italia possa concorrere alle stesse condizioni degli altri Paesi europei. E in questa direzione l’obbligo di pagamento dell’Iva da parte dei pazienti stranieri va rapidamente superato per allinearci ai competitor europei. Infatti, le prestazioni solventi dei cittadini extracomunitari garantirebbero nuove risorse per il settore e, allo stesso tempo, la competizione globale stimolerebbe la necessità di nuovi investimenti migliorando dunque anche le cure per i cittadini italiani”.

“Non si capisce – aggiunge Mondovì – perché se si acquista una borsa in via Montenapoleone c’è il ‘tax refund’, mentre per i servizi di salute no. Eppure, le ricerche di mercato confermano che c’è tutto un indotto che si viene a creare per il sistema e quel 22% che si perde sulla prestazione sanitaria lo si recupera con l’Iva legata ad altri eventuali acquisti fatti da chi arriva a curarsi in Italia, a cominciare dal soggiorno in hotel”. Altro scoglio sono le difficoltà che spesso si sono verificate con i visti sanitari. L’imprenditrice Diana Bracco, che è alla guida del Cluster tecnologico nazionale Alisei – Scienze della Vita ed è impegnata sui temi dell’internazionalizzazione, “aveva scritto una lettera per sensibilizzare le ambasciate sul tema – ricorda l’esperto – ma evidentemente non è servito”. Mondovì accenna, per fare un esempio, al fatto che solo questa settimana l’Humanitas si è visto rifiutare tre visti sanitari a potenziali pazienti.

“Questi rifiuti – chiarisce Mondovì – non riguardavano problematiche di sicurezza, caso in cui sarebbero accettabili e vedrebbero da parte nostra la massima collaborazione. Può capitare, visto che lavoriamo anche con Paesi sensibili da questo punto di vista. In questo caso, il no al visto sanitario era legato alla capacità economica dei pazienti di sostenere le cure, che non sarebbe stata dimostrata. Nonostante, in linea con la legge, fosse stata prodotta la lettera d’invito da parte dell’ospedale con tanto di statement della banca che certificava l’avvenuto pagamento del 70% della spesa stimata per le prestazioni sanitarie. Il messaggio è: se vengono rispettate le regole del sistema, ci lascino lavorare”.

A delineare il punto di partenza dell’Italia sul turismo sanitario è Marianna Cavazza, ricercatrice dell’Ocps (Osservatorio sui consumi privati in sanità) della Sda Bocconi, che porta anche i risultati di due survey condotte sui provider sanitari (pubblici e privati) e sui cosiddetti ‘broker’ internazionali, cioè mediatori o ‘facilitatori’, interessati al settore della sanità italiana da un punto di vista dei flussi turistici. “Dalle prime esperienze di strutture italiane con il turismo sanitario, emergono vincoli stringenti e margini di manovra limitati. C’è interesse verso il fenomeno, e alcune realtà si sono mosse per esempio creando Unità ad hoc e cominciando ad assumere personale, la cui lingua madre è quella dei Paesi dai quali arrivano i flussi più consistenti di pazienti. Come criticità si rileva la motivazione dello staff e l’organizzazione del follow up”.

Il punto di vista dei broker, invece, evidenzia una percezione della qualità della sanità italiana “non così forte come dovrebbe essere”. E questo porta alla luce il paradosso tricolore, evidenzia l’esperta: alte performance sanitarie, basso impatto in termini di turismo medico. “Per fare qualche esempio, i tempi d’attesa per la protesi d’anca sono più lunghi in Paesi come la Finlandia, la mortalità intraospedaliera dopo un infarto è più alta in realtà come la Francia. Eppure a livello internazionale veniamo associati alle eccellenze nella moda, nel food, nel design, ma non all’efficacia dei trattamenti garantiti dal nostro sistema sanitario. C’è un problema di sponsorizzazione“, dice Cavazza.

Fra gli aspetti da curare per penetrare nel mercato del turismo sanitario e intercettare flussi di pazienti dall’estero, riepiloga la ricercatrice, “c’è dunque la costruzione della reputazione internazionale, oltra alla creazione di un sistema di governance e di collaborazione con i broker internazionali, alla gestione da parte dei policy maker dell’aspetto fiscale e dei visti, alla creazione di una piattaforma, di un collegamento fra la sanità e il fronte turistico, e infine alla raccolta di dati per inquadrare il fenomeno del turismo sanitario”. Dati che oggi mancano: le informazioni ricavabili dalle schede di dimissioni ospedaliere (Sdo) – che per il 2015 indicano 671 mila pazienti stranieri (non di cittadinanza italiana) trattati nelle strutture italiane – non sono indicative perché includono diverse fattispecie, come il turista in vacanza in Italia che si trova ad aver bisogno sul momento di prestazioni sanitarie e così via.

Per non perdere l’occasione offerta dal turismo sanitario, l’Italia “deve muoversi in fretta – osserva Pelissero – Finora il Paese si è affidato di più alle iniziative individuali e alla capacità degli imprenditori di trascinare ilo prodotto italiano fuori dai confini. Ma non basta. Altre realtà fanno di più: la Turchia paga il biglietto aereo, la Svizzera si è spesa” per rendere riconoscibile la sua offerta sanitaria a livello internazionale. “Noi – aggiunge Mondovì – possiamo essere competitivi sul prodotto di qualità. I nostri competitor non sono l’Asia, la Thailandia, l’India che puntano su cure a bassissimo costo. Piuttosto in Europa guardiamo alla Germania che ha cominciato a muoversi con metodo sul turismo sanitario, da decenni ormai, partendo da un bisogno sanitario che era quello legato al disastro di Chernobyl. Le ambasciate e i consolati in giro per il mondo hanno creato degli uffici a supporto di questa attività”.

Un altro Paese lungimirante sul fronte turismo sanitario, ribadisce Mondovì, è di nuovo la Turchia. “Il presidente Erdogan con il precedente governo libico aveva riscoperto il principio del ‘baratto’: facendosi dare petrolio a basso prezzo, ha proposto di curare i loro pazienti che ne avevano bisogno. E’ stata un’intuizione e questo ha permesso agli ospedali turchi di svilupparsi”. L’Italia ha i presupposti per inserirsi negli spazi aperti dall’internazionalizzazione delle cure, assicurano gli esperti. “I Paesi target – conclude – sono per esempio l’area dell’ex Unione Sovietica, l’area del Golfo e un po’ l’Est Europa, con situazioni differenti: in Russia ci si deve rivolgere al singolo paziente perché non c’è un sistema che supporta le cure transnazionali, quando vai invece sul Golfo spesso e volentieri sono i Governi che le pagano e quindi sono gli accordi governativi che ti portano dei risultati”.


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