Roma blindata, c’è Erdogan  

Scritto da il 4 febbraio 2018

Roma blindata, c'è Erdogan

Recep Tayyip Erdogan (Afp)

AFP

Pubblicato il: 05/02/2018 09:34

Massima allerta per 24 ore a Roma per la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Percorsi bonificati e controlli massicci sono tra le misure di sicurezza messe in campo dai 3500 uomini impiegati per l’occasione. Il corteo presidenziale si sposterà su corridoi pre-individuati, ciascuno dei quali con varie alternative. L’itinerario percorso sarà chiuso al traffico con possibili disagi alla circolazione per i romani.

Erdogan, che vedrà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Paolo Gentiloni, è arrivato ieri a Roma a sei anni dalla sua ultima visita ufficiale in Italia. Un viaggio considerato ad alto rischio, come dimostrano le misure messe in campo per garantire la sicurezza dell”uomo forte’ della Turchia.

Erdogan oggi appare determinato più che mai a far pesare la sua leadership in tutte le partite più delicate che si giocano in Medio Oriente: dalla guerra in Siria al conflitto israelo-palestinese, con il riconoscimento di Gerusalemme in primo piano. Senza tralasciare l’annosa questione dell’adesione all’Unione Europea, anche se questa storia al momento sembra un capitolo chiuso.

La visita di Erdogan, che sarà il primo presidente turco ad essere ricevuto in Vaticano dopo 59 anni, è la prima da capo di Stato in Italia. L’8 maggio 2012 il ‘sultano’, allora in carica come primo ministro, partecipò al vertice governativo italo-turco a Villa Madama con l’allora presidente del Consiglio, Mario Monti. In precedenza si era recato in Italia in altre sette occasioni, tra cui spicca nel 2009 quella al vertice G-8 a L’Aquila.

Protagonista indiscusso della politica turca dal 2002, Erdogan appare oggi il leader incontrastato. La sua ascesa definitiva a ‘sultano’ è iniziata nell’agosto 2014, con l’elezione a presidente. Il fallito golpe dell’estate 2016 è stato il ‘casus belli’ che l’ha spinto a dichiarare guerra senza quartiere all’ex alleato e oggi nemico numero uno Fethulllah Gulen, l’imam in auto-esilio negli Stati Uniti che Ankara ritiene la ‘mente’ che ha orchestrato il colpo di Stato.

Le purghe dei sospetti gulenisti e non solo avvenute in tutti i campi, dall’esercito ai media fino all’istruzione, sono state il preludio al referendum costituzionale del 16 aprile 2017 che ha trasformato il Paese in una repubblica presidenziale. Tutto ciò malgrado le forti proteste della comunità internazionale e dell’opposizione, una parte della quale (i nazionalisti) nell’ultimo periodo è passata con l’Akp di Erdogan, che hanno denunciato una deriva autoritaria.

Il presidente turco è oggi anche un protagonista assoluto in tutte le crisi regionali, a partire dalla guerra siriana, dove sta giocando la partita più delicata, con l’obiettivo dichiarato di stroncare sul nascere quell’embrione di Stato curdo che da tempo è realtà ai confini meridionali della Turchia e che Ankara considera una minaccia esistenziale, ancora più dello Stato islamico.

Ecco perché dopo ‘Scudo dell’Eufrate’ (agosto 2016), lo scorso 20 gennaio le forze armate turche hanno lanciato una nuova operazione militare, denominata ‘Ramo d’ulivo’, contro l’enclave curda di Afrin, nella Siria settentrionale e minacciano di spingersi fino a Manbij. Anche in questo caso Ankara punta sull’aiuto dei ribelli ‘alleati’ dell’Esercito siriano libero (Esl), diventati quasi una sorta di braccio armato turco nel nord del Paese arabo.


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