Uranio, “nesso causale con patologie militari”  

Scritto da il 6 febbraio 2018

Uranio, nesso causale con patologie militari

Immagine d’archivio (FOTOGRAMMA)

Pubblicato il: 07/02/2018 13:58

Le “reiterate sentenze della magistratura ordinaria e amministrativa” hanno “costantemente affermato l’esistenza, sul piano giuridico, di un nesso di causalità tra l’accertata esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate dai militari o, per essi, dai loro superstiti. Per l’uranio è stato altresì riconosciuto sul piano scientifico, con la Tabella delle malattie professionali INAIL approvata nel 2008, il nesso causale per la nefropatia tubolare”. E’ quanto sottolinea la Commissione parlamentare sull’Uranio nella relazione finale sull’attività svolta.

La Commissione “ritiene che, a dieci anni dall’emanazione della predetta Tabella, i progressi della scienza medica e i risultati delle indagini epidemiologiche imporrebbero un aggiornamento della Tabella stessa, con l’inclusione di altre patologie, con particolare riguardo a talune forme tumorali del sistema emolinfopoietico”.

SCONVOLGENTI CRITICITA’ – La Commissione d’inchiesta, “grazie alle penetranti metodologie investigative adottate, ha scoperto – dietro le rassicuranti dichiarazioni rese dai vertici dell’Amministrazione della Difesa e malgrado gli assordanti silenzi generalmente mantenuti dalle Autorità di Governo pur esplicitamente sollecitate – le sconvolgenti criticità che in Italia e nelle missioni all’estero hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i lavoratori militari del nostro Paese” si legge nella relazione finale dall’organismo parlamentare (relatore Gian Piero Scanu).

“Un’opera a maggior ragione preziosa, ove si tenga presente che malauguratamente non appaiono sistematici gli interventi della magistratura penale a tutela della sicurezza e della salute del personale dell’Amministrazione della Difesa. Il risultato è devastante”.

SENSO DI IMPUNITA’ – “Nell’Amministrazione della Difesa – denuncia la relazione – continua a diffondersi un senso d’impunità quanto mai deleterio per il futuro, l’idea che le regole c’erano, ci sono e ci saranno, ma che si potevano, si possono e si potranno violare senza incorrere in effettive responsabilità. E quel che è ancora peggio, dilaga tra le vittime e i loro parenti un altrettanto sconfortante senso di giustizia negata”. “Molteplici e temibili” sono, per la Commissione, “i rischi a cui sono esposti lavoratori e cittadini nelle attività svolte dalle Forze Armate, ma anche dalla Polizia di Stato e dai Vigili del Fuoco”.

“L’universo della sicurezza militare non è governato da norme e da prassi adeguate” è il “problema irrisolto” evidenziato nella Relazione finale della Commissione parlamentare sull’Uranio impoverito. Per quanto riguarda i “teatri operativi all’estero” che hanno visto impegnati i militari italiani, “la Commissione ha dovuto constatare l’esposizione a inquinanti ambientali in più casi nemmeno monitorati. Singolare è, inoltre, la scarsa conoscenza, ammessa dagli stessi vertici militari, circa l’uso in tali contesti di armamenti pericolosi eventualmente impiegati da Paesi alleati”.

NORME NON ADEGUATE – “Le criticità sono alimentate da un problema irrisolto: l’universo della sicurezza militare non è governato da norme e da prassi adeguate. Restano immutate le scelte strategiche di fondo che attualmente ispirano la politica della sicurezza nel mondo delle Forze Armate. Quelle scelte strategiche che paradossalmente trasformano il personale della Difesa in una categoria di lavoratori deboli”, si legge ancora.

Quanto alle sanzioni pagate dallo Stato, “gli importi dei pagamenti delle sanzioni amministrative eventualmente irrogate al personale militare e civile dell’Amministrazione della difesa per violazioni commesse presso organismi militari sono imputate, in via transitoria, sul pertinente capitolo dello stato di previsione della spesa del ministero della Difesa, fatta salva ogni rivalsa dell’Amministrazione nei confronti degli interessati. È stato rilevato un unico caso di rivalsa. Nel quadro descritto, fanno sensazione due fenomeni, l’uno da contraltare all’altro: il “negazionismo” dei vertici militari e la supplenza della Commissione d’inchiesta”.

SICUREZZA – Per “recuperare il mondo militare a una dimensione effettivamente ispirata ai valori costituzionalmente protetti della sicurezza e della salute”, la Commissione d’inchiesta avanza “una serie di proposte fondamentalmente preordinate a bloccare gli effetti distorsivi prodotti dai meccanismi descritti. Basilare sarebbe, anzitutto, l’approvazione della Proposta di Legge Scanu AC 3925, firmata dalla quasi totalità dei componenti della Commissione, più che mai indispensabile al fine di garantire un’effettiva prevenzione contro i rischi incombenti su militari e cittadini. Le norme ivi contenute rompono il perverso meccanismo della giurisdizione domestica e affidano la vigilanza sui luoghi di lavoro dell’Amministrazione della difesa al personale del ministero del lavoro”.

“L’approvazione di questa proposta è indispensabile, ma non ancora sufficiente, per smontare i meccanismi procedurali e organizzativi che valgono ad oscurare nell’universo militare rischi temibili e responsabilità effettive. Tra le altre necessità: servizi ispettivi terzi ed efficienti; una Procura nazionale sulla sicurezza del lavoro, altamente specializzata e con competenza estesa a tutto il Paese; individuare il datore di lavoro di fatto; garantire l’autonomia e la competenza di RSPP e MC; rigenerare gli organi tecnico-operativi e prevedere RLS eletti o designati dai lavoratori militari”.

OSSERVATORIO – “Urgente” per l’organismo parlamentare “anche il superamento dell’Osservatorio Epidemiologico della Difesa e l’affidamento delle indispensabili ricerche epidemiologiche nel mondo militare a un ente terzo e qualificato per coerenza scientifica come l’Istituto Superiore di Sanità”.


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