Stoccare CO2 sotto i fondali, allo studio rischi  

Scritto da il 18 febbraio 2018

Stoccare CO2 sotto i fondali, allo studio rischi

Pubblicato il: 19/02/2018 12:33

Ogni giorno vengono rilasciati circa 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera. Tra le soluzioni proposte per ridurne la concentrazione, ci sono la cattura e lo stoccaggio geologico (il cosiddetto Ccs, che sta per ‘carbon capture and storage’) che, si stima, possono contribuire per il 33% alla riduzione delle emissioni di CO2 richiesta per il 2050. E lo stoccaggio geologico della CO2 al di sotto dei fondali marini è una delle strategie proposte.

Ma cosa potrebbe accadere se questi siti dovessero rilasciare l’anidride carbonica intrappolata liberandola nelle acque del mare? Quali sarebbero gli effetti sull’ecosistema marino? Se lo sono chiesti alcuni ricercatori coinvolti in uno studio internazionale a cui ha partecipato anche l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs).

Le tecnologie Ccs prevedono la cattura della CO2 dalle centrali elettriche alimentate con combustibili fossili e dagli impianti industriali e, successivamente, il suo immagazzinamento nel sottosuolo in una formazione geologica adatta a contenerla. Tuttavia, sebbene le perdite di CO2 dai siti di stoccaggio siano improbabili, i processi e i potenziali effetti a esse associati devono essere attentamente valutati.

Il progetto di ricerca Eco2 (Sub-seabed CO2 Storage: Impact on Marine Ecosystems), finanziato dalla comunità europea e coordinato da Geomar Centro Helmholtz per la ricerca oceanica di Kiel, si è occupato proprio di valutare i rischi associati allo stoccaggio della CO2 al disotto dei fondali marini, studiando, tra l’altro, il potenziale impatto di eventuali fuoriuscite sull’ecosistema.

I ricercatori coinvolti in questo studio hanno pubblicato su Science Advances una ricerca relativa alle conseguenze ecologiche, dovute a una eventuale fuoriuscita di CO2 dai siti di stoccaggio, sull’ecosistema dei fondali marini. I ricercatori hanno eseguito uno studio multidisciplinare nell’area di Panarea (Arcipelago delle Isole Eolie), un sito caratterizzato da emissioni naturali di CO2 e considerato un laboratorio naturale unico per tali tipi di ricerche.

Proprio a Panarea nel 2015 Ogs ha inaugurato Eccsel-NatLab Italy, una delle componenti italiane dell’European Carbon Dioxide Capture and Storage Laboratory Infrastructure: una rete europea finalizzata a realizzare un network di laboratori d’eccellenza per lo sviluppo di tecniche di stoccaggio geologico della CO2 per affrontare la lotta ai cambiamenti climatici attraverso la promozione delle tecnologie per il sequestro nel sottosuolo dell’anidride carbonica in eccesso.

“La presenza di emissioni naturali di CO2 e altri geogas dal fondo del mare rendono l’isola di Panarea un laboratorio naturale straordinario per studiare gli effetti legati ai cambiamenti climatici, per la messa a punto di tecniche di monitoraggio e per studi di impatto sull’ecosistema – spiega Cinzia De Vittor, ricercatrice Ogs e responsabile del laboratorio ECCSEL-NatLab Italy a Panarea – Grazie alla sua unicità quest’area è stata oggetto di studio in numerosi progetti nazionali e internazionali”.

In prossimità dell’isola di Panarea, in aree con presenza di fuoriuscite naturali di CO2 e in aree prive di emissioni, i ricercatori hanno studiato i processi biogeochimici e gli organismi che vivono nei fondali sabbiosi e hanno anche eseguito degli esperimenti di trapianto trasferendo la sabbia e gli organismi in essa contenuti tra i siti con e senza fuoriuscite di CO2 per osservare il grado di adattamento di questi ultimi al cambiamento delle condizioni ambientali.

La conclusione: l’aumento dei livelli di CO2 può influenzare localmente la funzionalità dell’ecosistema marino, anche nel lungo termine. Gli organismi di più grandi dimensioni sembrano essere quelli maggiormente sensibili e la tipica comunità dei sedimenti sabbiosi pare non ristabilirsi neppure un anno dopo il trasferimento dei sedimenti in un sito non disturbato.


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