Processi troppo lenti, oltre 968mila ‘fuorilegge’  

Scritto da il 21 febbraio 2018

Processi troppo lenti, oltre 968mila 'fuorilegge'

(Foto Fotogramma)

Pubblicato il: 22/02/2018 19:03

Lunghe indagini e processi lenti costano all’Italia risarcimenti e richiami da parte dell’Europa. Sono 968mila circa i processi che superano i limiti della ragionevole durata (tre anni per il primo grado, altri due per l’appello e un anno in Cassazione): oltre 345mila nel penale e quasi 623mila nel civile al 30 settembre scorso, secondo i dati del ministero della Giustizia. Da quando è in vigore la legge Pinto, che sanziona la durata eccessiva, lo Stato ha avuto condanne per quasi un miliardo di euro.

La legge fissa la tempistica delle indagini preliminari – non oltre due anni per i reati gravi – ma bastano nuovi elementi, in astratto, per continuarle all’infinito. Se il magistrato si trasferisce il fascicolo viene riassegnato e si riparte da zero. “Quella legge è in parte inapplicata, non c’è nessun impedimento, di fatto, per trattenere un fascicolo anni e anni negli armadi”, spiega Stefano Savi consigliere del Consiglio nazionale forense. Una fase ‘nascosta’ all’indagato che “spesso viene a conoscenza di un’inchiesta solo quando riceve un avviso di proroga delle indagini. È un metodo barbaro che ritarda la possibilità di trovare prove a difesa”.

La fase preliminare è lo scalino prima dei tre gradi di giudizio che si traducono in 2.000 giorni da imputato, pari a 5 anni e 4 mesi. In media un processo penale davanti al tribunale dura 707 giorni (534 per rito monocratico), 901 per quello d’appello, un anno per la Cassazione. Per una causa civile il primo grado è di 935 giorni in media, 709 per l’appello, 365 per essere giudicati in via definitiva. “Sono numeri fuori da qualsiasi comparazione europea e della civiltà”, per il rappresentante del Cnf. Guido Bertolaso è stato assolto dal tribunale dopo 8 anni, stessa attesa per Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb. Clemente Mastella ne ha aspettati nove, 22 anni di carcere per Giuseppe Gulotta, le vittime del G8 di Genova sono in attesa di un risarcimento civile dopo 17 anni.

Il carico di arretrato è di 3 milioni i processi da smaltire nel civile, oltre 1,5 milioni nel penale. “C’è un evidente sproporzione tra il contenzioso e le forze in campo. Dal 2006 l’organico dei magistrati non è mai stato coperto, talvolta si è arrivati anche sotto le 9mila unità, abbiamo fatto i conti con la mancanza di 9mila amministrativi. Assenze che hanno influito sui tempi: in alcuni casi il passaggio dal primo grado all’appello, che consiste nel far fare al fascicolo solo pochi piani dello stesso edificio, sono trascorsi anche due anni”, spiega Eugenio Albamonte presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Depenalizzazione, processo telematico, riorganizzazione degli uffici sono gli strumenti su cui investire, ma “l’efficienza non può essere a discapito delle garanzie”, secondo il rappresentante del Cnf. Per l’Anm “l’appello è la vera strettoia da ripensare. Basta una legge ordinaria per cancellare il secondo grado di giudizio e lasciarlo solo per i fatti più gravi. Tre processi per una lite condominiale sono un dispendio di risorse, su questo il governo è stato meno coraggioso di quanto abbiamo sperato”. Per il sottosegretario alla giustizia Cosimo Ferri “in questi anni abbiamo fatto una serie di riforme che hanno riguardato il rispetto delle garanzie e dei tempi. Non sono ancora completamente soddisfatto dei risultati raggiunti, anche se importanti. Penso si possa continuare a investire per avere una risposta rapida e giusta di giustizia”.

Le imprese spendono 3 miliardi ogni anno solo per i contenziosi lavorativi. Un caso per licenziamento si chiude mediamente in 2-3 anni per il primo grado. Per il Tribunale delle imprese, il tempo per la sentenza è di 970 giorni nel 2016, contro gli 870 giorni del 2015. La lentezza costa al Paese almeno 40 miliardi di euro. Secondo uno studio Cer-Eures, se i tempi della nostra giustizia fossero pari a quelli tedeschi, si registrerebbe un aumento aggiuntivo di quasi 2,5 punti del Pil e di 1.000 euro di reddito pro-capite, ma anche la riduzione del tasso di disoccupazione di mezzo punto, per un recupero di circa 130mila occupati.

Perdita di soldi e di credibilità come sistema Paese. “Come magistrati siamo frustrati dal non poter svolgere nei tempi giusti il nostro lavoro e dalla cattiva reputazione che ha la giustizia. Una giustizia che funziona vuol dire maggiore risorse per l’Italia”, rimarca il presidente dell’Anm. Gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono costati allo Stato quasi 37,7 milioni di euro nel 2017, secondo i dati Mef, con 1.013 casi di persone arrestate per sbaglio.

Catanzaro con 158 casi guida la classifica anche dei risarcimenti – quasi 8,9 milioni -, seconda Roma con 137 vittime e poco meno di 4 milioni versati. Il fenomeno prevale al Sud – 8 città nella top 10 – con Napoli 113 casi (2,87 milioni) e Bari con indennizzi per oltre 3,5 milioni (94 persone) a contendersi la terza posizione. Eppure nel 2015 non si sono registrati casi di condanna per la responsabilità civile dei magistrati, nel 2016 e nel 2017 solo due che sono state oggetto di appello.

Sono in attesa di un risarcimento definitivo i familiari di una donna uccisa dal marito nel 2007, dopo aver presentato 12 querele. I giudici del tribunale di Messina hanno riconosciuto la responsabilità di chi indagò, ma solo per il danno patrimoniale. Con la sentenza Talpis la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver agito con rapidità per proteggere una donna e il figlio dalla violenza del marito che ha ucciso il ragazzo e ha tentato l’omicidio della moglie.

Sul fronte disciplinare sono 576 i procedimenti definiti dal Consiglio superiore della magistratura tra fine settembre 2014 e febbraio 2018, 177 sono stati chiusi con condanne e 173 con assoluzioni. Sono 26 le sentenze di non doversi procedere e 200 le archiviazioni. Nel 38% dei casi, le sanzioni hanno riguardato il ritardo nel deposito delle sentenze, mentre nel 23% le ritardate scarcerazioni. Otto i casi di corruzione, 12 i magistrati rimossi negli ultimi 7 anni.

Tra gli ‘omissis’ – quasi impossibile risalire all’identità delle toghe – il caso di un giudice che ha ‘dimenticato’ di sottoscrivere entro i termini il decreto di giudizio immediato determinando la scarcerazione di un uomo accusato di omicidio volontario aggravato. Nessun illecito disciplinare: “l’imputato non è scappato e il processo si è regolarmente tenuto” concludendosi con una condanna. “Le sanzioni sono quelle previste dalla legge – spiega il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini – si va dall’ammonimento fino alla destituzione. Mi rendo conto che a volte possono apparire lievi, ma posso assicurare che l’incidenza che una condanna disciplinare ha sulla carriera del singolo magistrato, a prescindere dall’entità della sanzione, è molto rilevante”.

Per Albamonte, il controllo della sezione Disciplinare del Csm “è serio e rigoroso. Con riferimento ai magistrati coinvolti in casi di corruzione, la magistratura sa distinguere le mele marce e ha la capacità di isolare chi si muove in senso contrario al dovere, tuttavia l’Anm è preoccupata dall’incalzare di notizie di magistrati coinvolti in procedimenti penali per reati gravi”.


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