“Blackout ultima sfida con la morte per generazione H”  

Scritto da il 23 febbraio 2018

Blackout ultima sfida con la morte per generazione H

(Foto di repertorio) Fotogramma

Pubblicato il: 24/02/2018 15:56

Provare a impiccarsi con il cavo della play station per vedere che effetto fa la fame d’aria? “Per la ‘generazione H, nata e cresciuta con Internet e social, dal web arrivano continuamente nuove sfide, provocazioni che trovano terreno fertile in un’età, quella dell’adolescenza, dove c’è la voglia di sfidare la paura, i limiti, di misurarsi con la morte”. Parola della psicologa, psicopedagogista e psicoterapeuta Maria Rita Parsi, che analizza con l’Adnkronos Salute un fenomeno messo in luce dal recente caso di Tivoli, dove un quattordicenne si è salvato per un soffio dopo che avrebbe provato a mettere in atto il “blackout”, gioco social noto anche come Fainting game o Choking game, in cui ci si sfiderebbe a soffocarsi con cavi, fili e persino catene di bicicletta.

“Sfide del calibro della Blue Whale, che all’inizio pensavo fosse una leggenda metropolitana, da tentare possibilmente sotto gli occhi di ammiratori virtuali”, aggiunge Parsi, che alla “Generazione H” ha dedicato un volume (Piemme).

Ma chi è la generazione H? “Sono i ragazzini di oggi, esposti sin dalla più tenera età alla seduzione del web. Vivono immersi nello schermo, dello smartphone o del pc, perennemente connessi tra loro e con tutto il mondo, ma spesso lontani dalla realtà. Il problema è che i nostri ragazzi sono preda di questi strumenti potentissimi, e fanno i conti con il gap delle generazioni precedenti: genitori e nonni che non sanno usare come loro smartphone e tablet”. Gli adulti arrancano, mentre i ragazzini fanno volare le dita sulla tastiera e decretano il successo di nuovi social. Ma rischiano anche di farsi male. “Sono soli con strumenti potentissimi, e con la voglia di sfidare limiti e paura tipica della preadolescenza e adolescenza. La stessa virtualità – avverte Parsi – spegne l’idea del pericolo”.

Per questo motivo trovano terreno fertile sfide anche rischiosissime, messe in atto da soli per il like di amici e ammiratori virtuali. “Chi non conosce i propri limiti tema il suo destino, diceva Aristotele. Ma per questi ragazzi – ammonisce Parsi – il virtuale ormai è una divinità, uno strumento potentissimo senza mediazioni e controlli. Sono molto dura col virtuale – conclude – ma questo è il motivo”.


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