A rischio i pinguini reali dell’Antartide  

Scritto da il 26 febbraio 2018

A rischio i pinguini reali dell'Antartide

(Copyright Robin Cristofari)

Pubblicato il: 27/02/2018 15:20

Pinguini reali a rischio: nel giro di poche decine di anni, il riscaldamento globale spingerà questi uccelli marini a spostarsi verso Sud o, nella peggiore delle ipotesi, a scomparire. La minaccia riguarda più del 70% della popolazione globale di pinguini reali, in particolare le colonie attualmente stanziali sulle isole sub-Antartiche di Crozet, Kerguelen e Marion.

Queste le conclusioni di un studio pubblicato nell’ultima edizione di Nature Climate Change da un gruppo internazionale di ricercatori da Francia, Monaco, Italia, Norvegia, Sud-Africa, Austria e Stati Uniti di cui fa parte Emiliano Trucchi, dell’Università di Ferrara.

“Il problema principale è che ci sono soltanto una manciata di isole nell’Oceano Australe e non tutte sono adatte a sostenere le grandi colonie riproduttive di pinguini reali”, dice Robin Cristofari, primo autore dello studio dall’Istituto Pluridisciplibare Hubert Curien (Cnrs/Università di Strasburgo, Francia) e dal Centro Scientifico di Monaco.

I pinguini reali sono infatti animali molto esigenti: per formare una colonia dove accoppiarsi, deporre le uova ed allevare i propri pulcini per oltre un anno, hanno bisogno di trovare l’isola giusta dove le temperature non scendano mai sotto lo zero, il mare circostante non sia ghiacciato durante l’inverno e ci siano spiagge di sabbia o ciottoli facilmente accessibili. Ma non finisce qui: la cosa più importante è che ci sia una fonte abbondante e costante di cibo nelle vicinanze con cui nutrire i loro piccoli.

Da millenni, i pinguini fanno affidamento sul Fronte Polare Antartico, una fascia molto ristretta in cui acque fredde e ricche di nutrienti risalgono dalle profondità marine sostentando una grandissima quantità di pesci. A causa del cambiamento climatico, però, questa importante risorsa di cibo si sta spostando verso sud, allontanandosi da molte delle isole che attualmente ospitano le colonie più grandi. Gli adulti sono quindi forzati a nuotare sempre più lontano per trovare cibo mentre i pulcini aspettano a terra, soffrendo la fame per tempi sempre più lunghi.

Lo studio appena pubblicato prevede che, per molte delle colonie attuali, la durata del viaggio di andata e ritorno degli adulti per reperire il cibo supererà la resistenza alla fame della loro prole causando un tracollo della popolazione o, come invece si auspica, una massiccia migrazione verso altre isole più meridionali.

Usando le informazioni contenute nel genoma dei pinguini reali, i ricercatori hanno ricostruito i cambiamenti della loro popolazione globale avvenuti negli ultimi 50mila anni ed hanno scoperto che i cambiamenti climatici passati, accompagnati a loro volta da mutazioni delle correnti e dei ghiacci marini nonché della posizione del Fronte Polare Antartico, hanno lasciato tracce profonde nella storia demografica di questa specie. Nel tempo, dunque, i pinguini reali hanno dimostrato con successo di poter sopravvivere durante questi momenti difficili (l’ultimo dei quali risale a circa 20mila anni fa).

“Abbiamo individuato tre requisiti principali per formare una colonia e riprodursi – dice all’Adnkronos Trucchi, uno dei coordinatori dello studio – il primo è che servono delle isole, il secondo è che siano libere dal ghiaccio, anche intorno, terzo che la risorsa di cibo, che è il Fronte Polare Antartico, sia accessibile in tempi utili per nutrire i piccoli, il limite è di 700 km. Poi abbiamo validato questo modello con l’utilizzo di informazioni genetiche e abbiamo visto che quando la dimensione di popolazione è stata molto bassa nel passato il nostro modello ci ha detto che c’erano poche isole abitabili. Questo ci fa credere di più nell’indicazione che il nostro modello ci dà per il futuro”.

“Il dato preoccupante – sottolinea Trucchi – è che, al 2060-2070, tutto il territorio dell’arcipelago di Crozet, che ospita quasi la metà della popolazione di 1,6 mln di coppie, e delle isole di Kerguelen, Prince Edward e Marion, sembra non essere più adatto ad ospitare i pinguini reali. Quello che ci ha sorpreso di più è la velocità con cui un cambiamento del genere, cioè la riduzione del 70% della popolazione totale al 2060-2070, possa avvenire già in un tempo così breve, nei prossimi 50 anni. E’ un cambiamento importante che sta avvenendo ad un ritmo sostenuto. La nota positiva è che alcune isole che oggi non sono abitate potrebbero diventare disponibili, con il riscaldamento climatico. Non sappiamo, però, se le tempistiche saranno idonee. Ma grazie alle informazioni genetiche sappiamo che questi animali sono in grado di migrare e spostarsi e questo ci fa ben sperare”. Da qui l’appello: “Servirebbe un’azione coordinata per rallentare il riscaldamento globale“.

Questa volta però c’è un’ulteriore complicazione: per la prima volta nella loro storia, le attività umane stanno forzando un rapido e, forse, irreversibile cambiamento di tutti gli ecosistemi e le remote zone Antartiche non fanno eccezione. Inoltre, all’enorme impatto del cambiamento climatico si aggiunge, nell’Oceano Australe, il peso della pesca industriale, un ‘nuovo competitore’ con cui i pinguini dovranno presto scontrarsi per il cibo.

“C’è ancora qualche isola, un po’ più a Sud, dove i pinguini possono trovare rifugio – dice Celine Le Bohec (Cnrs/Università di Strasburgo e Centro Scientifico di Monaco), leader del programma 137 dell’Istituto Polare Francese Paul-Emile Victor, nell’ambito del quale è stato condotto questo studio – ma la competizione per le spiagge dove formare le colonie e per il cibo sarà molto dura, specialmente con altre specie di pinguini, come i pigoscelidi antartici, di Papua e di Adelia, senza dimenticare la pesca intensiva da parte dell’uomo. È difficile predire il risultato di questo stravolgimento ecologico, ma ci saranno di sicuro perdite pesanti per qualcuna, o molte, delle specie in questione. Il nostro modello predittivo ci dà l’opportunità di programmare con largo anticipo delle strategie di conservazione efficienti ma, in generale, c’è l’urgenza di una azione coordinata contro il cambiamento climatico a livello globale. E questa azione deve cominciare adesso”.


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