Il Bridge entra in carcere  

Scritto da il 3 marzo 2018

Il Bridge entra in carcere

(Fotogramma)

Pubblicato il: 04/03/2018 15:25

“Il bridge non è un gioco di carte ma con le carte: per vincere contano logica, concentrazione, applicazione, strategia, fair play”. Un mix dalle potenzialità formative che, inserito in un programma di riabilitazione per detenuti, rivela tutta la sua efficacia nella sua funzione rieducativa. Lo sa bene l’istruttore Eduardo Rosenfeld, che ora insegna bridge all’interno del carcere di Bollate. “Do lezione una volta a settimana per un paio d’ore; finora – ma il corso è cominciato da poco – si sono iscritti venti detenuti. Tra loro principianti e più esperti di tutte le età”, racconta all’Adnkronos Rosenfeld, un appassionato doc del bridge. “Mi porto dietro questa passione da quando avevo 20 anni”, tiene a ricordare l’istruttore federale.

“Il bridge è entrato a Bollate grazie a un detenuto amante di questo gioco. Lo ha insegnato ai compagni della struttura. Poi, attraverso la direzione del carcere, ha chiesto il supporto della Federazione Italiana Gioco Bridge, che ha raccolto l’appello”, spiega Rosenfeld. E’ così che è cominciata la sua avventura come istruttore-volontario. Al pari degli scacchi e la dama, il bridge è uno ‘sport della mente’ che richiede un certo allenamento. “La fortuna c’entra ben poco in questo gioco in cui invece sono fondamentali – evidenzia Rosenfeld – le regole e il rispetto dell’avversario”. Da qui si intuisce facilmente la sua funzione educativa.

D’altronde, nessuno mette in discussione i suoi benefici sulla mente. “Sono dimostrati da numerosi studi scientifici: il bridge potenzia la memoria, il ragionamento, ma anche il comportamento sociale”, sottolinea il presidente della Federazione Italiana Gioco Bridge, Francesco Ferlazzo Natoli.

L’iniziativa di Bollate è la prima intrapresa dalla Federazione, riconosciuta dal Coni nel 1993. Ma il nobile gioco delle carte, che affonda le sue radici nell’Inghilterra del XVI secolo quando il lontano antenato si chiamava ‘Whist’, è entrato negli istituti penitenziari italiani oltre 10 anni fa. “Ad Opera fu sperimentato per la prima volta ma il progetto non ebbe particolare successo. Rifacendomi a quell’esperienza, 10 anni fa pensai di portare il bridge a Rebibbia”, racconta l’ex consigliere Figb, Roberto Padoan, che ancora oggi, come volontario, dà lezioni ai detenuti della struttura romana. “Per me è sempre un’emozione, specie quando gli allievi mi stringono la mano e mi ringraziano dicendomi che una volta fuori vorrebbero iscriversi a un circolo di bridge”, racconta Padoan.

“Nel bridge – continua – è importante avere affiatamento con il partner, sostenerlo nelle difficoltà, avere rispetto dell’avversario. Un’etica che al di là dei portoni blindati è spendibile nella vita di tutti i giorni. Partita dopo partita, i detenuti si allenano a maturare comportamenti diversi”, più responsabili e in armonia con l’altro. Padoan si reca due volte a settimana a Rebibbia. Un corso è dedicato a 16 collaboratori di giustizia, l’altro a una decina di detenuti che hanno minore libertà di movimento.

“Non chiedo cosa hanno commesso, non mi interessa, li metto subito alla prova al tavolo verde, anche se alle prime armi – spiega Padoan -. Le mie lezioni infatti sono brevissime: il gioco è divertimento. E attraverso l’aspetto ludico imparano come ricostruire il futuro“. Ed è anche quello che dice, con il suo motto, l’insegnante-collega australiana Betty Mill: “Imparare il bridge può fare la differenza nella vita di qualcuno”. Non c’è dubbio. E chissà che al termine del ciclo di lezioni non si riesca ad organizzare un torneo. “Sarebbe auspicabile”, secondo Eduardo Rosenfeld. Intanto, anche a Latina, due mesi fa, il bridge ha varcato la soglia del carcere.


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