16 marzo 1978, attacco allo Stato  

Scritto da il 15 marzo 2018

16 marzo 1978, attacco allo Stato

Pubblicato il: 16/03/2018 08:15

Roma, giovedì 16 marzo 1978, ore 9.00. Quarant’anni fa l’attacco al cuore dello Stato da parte delle Brigate Rosse, con il rapimento del presidente della Dc Aldo Moro in via Fani. Cinque gli uomini della scorta trucidati per rapire lo statista, poi ‘processato’ nel carcere del popolo e infine ucciso il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia.

Nato a Maglie, nella provincia leccese, il 23 settembre del 1916, Aldo Moro ottiene a soli 25 anni la libera docenza a Bari, insegnando Filosofia del diritto. Nel ’42 entra nella Dc, fondata da De Gasperi in clandestinità: con lui i giovani della ‘seconda generazione’, la futura classe dirigente della prima repubblica, tra questi Fanfani, Dossetti, La Pira, Andreotti, Taviani, Rumor. Finita la guerra viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’, che elaborerà le norme fondamentali della carta costituzionale. Suoi i contributi relativi agli articoli dei ‘diritti e doveri dei cittadini’, lavorando a fianco di Tupini e Togliatti, tra gli altri.

Nel ’59, tramontata la stagione del centrismo, è segretario dello scudo crociato. Battuto Fanfani, l’altro ‘cavallo di razza della dc’, Moro si prepara alla stagione dell’apertura al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra. Tra i primi a dire no all’allargamento alla sinistra parte delle gerarchie vaticane. Giovanni XXIII si mantiene cauto, ma i cardinali Siri e Ottaviani non risparmiano critiche a Moro, parlando dei socialisti come di ‘novelli anticristi’. Moro tira dritto e risponde che “la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica”.

Caso Moro, il dossier AdnKronos del ’78

Nel frattempo, il generale De Lorenzo, prepara il ‘piano Solo’, un tentativo di golpe, per impedire la svolta riformatrice, che soprattutto dopo il ’62, i socialisti, ormai nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. Tentativo che fu ritentato poi, nel ’70 dal principe nero Junio Valerio Borghese, con il fallito golpe dell’Immacolata. Nello stesso anno Curcio e Franceschini fondano le Brigate Rosse.

Tra i risultati del centrosinistra, (nonostante il “tintinnare di sciabole” di cui parlò il leader Psi, Nenni), c’è nel ’62 l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e poi la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel. Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, ne seguiranno altri due guidati dallo statista dc, fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, arrivano la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo di quattro anni dopo, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Inoltre il parlamento dà vita alla Commissione parlamentare antimafia.

Negli anni della contestazione Moro si defila, guardando con attenzione al movimentismo del ’68 e alle istanze della società civile, sostenendo che da quel mondo agitato e difficile da interpretare sarebbe comunque sarebbe nata una società “più ricca ed esigente”. “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai – dice al suo partito – . Sono segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”, avverte Moro. Nel ’73, Moro assume la carica di presidente del partito. Dopo due governi tra il ’74 e ’76, a impronta centrista, matura la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci di Berlinguer. Moro, già nel ’74, parla della necessità di avere “un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo di fronte al Pci”. E dalle parole passa ai fatti, incontri riservati iniziano a essere frequenti tra i suoi e gli uomini di Berlinguer, in vista di una nuova fase, quella che prenderà il nome di ‘terza fase’, dopo quella del centrismo e del centrosinistra. Intanto ad attaccare Moro non sono solo le gerarchie ecclesiastiche, come ai tempi del centrosinistra. Stavolta l’apertura al Pci, è avversata dagli Usa. A far capire il punto di vista di Washington a Moro ci pensa Kissinger che lo ‘invita’ a lasciare fuori i comunisti dal Palazzo.

Moro tira dritto e cerca di arrivare all’obiettivo, mentre in molti scommettono che guiderà la transizione dal Colle, pronto per essere eletto alla presidenza della Repubblica. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per la fiducia al governo Andreotti che vede l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, a via Fani una donna agita un mazzo di fiori per segnalare l’arrivo della 130 del presidente. Si scatena il fuoco: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino vengono uccisi subito. Ancora vivo l’agente Francesco Zizzi, che morirà più tardi. Moro sopravviverà invece altri 55 giorni.

VIA FANI – Alle ore 9.00 circa in via Mario Fani, quartiere Trionfale, l’auto con a bordo Aldo Moro e quella della scorta vengono bloccate all’incrocio con via Stresa da un gruppo di terroristi, che apre immediatamente il fuoco, uccidendo in pochi secondi quattro uomini della scorta e sequestrando il presidente Dc. Subito dopo l’agguato, i terroristi ripartono su diverse auto facendo perdere le loro tracce. In via Fani rimane la Fiat 130 targata ‘Roma L59812’ su cui viaggiava Moro e, al suo interno, i cadaveri dell’autista, appuntato dei carabinieri Domenico Ricci (42 anni) e del responsabile della sicurezza, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (52 anni), e l’Alfetta targata ‘Roma S93393’ degli agenti di scorta con a bordo il cadavere della guardia di P.S. Giulio Rivera (24 anni) e il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi (30 anni), gravemente ferito ma ancora in vita; riverso supino sul piano stradale, vicino all’auto, anche il corpo della guardia di P.S. Raffaele Iozzino, 24 anni. Davanti alla Fiat 130 di Moro, ferma all’incrocio e abbandonata dai suoi occupanti, una Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico ‘CD 19707’.

Alle 9:03 arriva al 113 la prima telefonata – anonima – che informa di una sparatoria in via Fani. Nei minuti successivi, un numero sempre più elevato di funzionari e dirigenti fra le forze dell’ordine raggiungono il luogo dell’agguato. A partire dalle 9.24 vengono predisposti diversi posti di blocco all’interno della città, mentre elicotteri decollati da Pratica di Mare sorvolano la Capitale. Fin dalle 9.23 viene individuata la Fiat 132 targata ‘Roma P79560’ abbandonata dai brigatisti in via Licinio Calvo

LA RIVENDICAZIONE – Alle 10.10, a un’ora dal massaacro della scorta e dal rapimento di Moro, le Brigate Rosse rivendicano con una telefonata al centralino della sede romana dell’agenzia Ansa: il messaggio, comunicato da uno sconosciuto, afferma che le Brigate Rosse hanno sequestrato il presidente della Democrazia cristiana ed eliminato “la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga”. Pochi minuti prima, alle 10.08, con una telefonata alla redazione milanese della stessa agenzia di stampa, un’altra telefonata anonima avverte che le Br hanno “portato l’attacco al cuore dello Stato” e che “l’onorevole Moro è solo l’inizio”.


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