Studioso italiano: “Head of a man è di van Gogh”  

Scritto da il 29 marzo 2018

Studioso italiano: Head of a man è di van Gogh

Pubblicato il: 30/03/2018 16:49

Lo studioso italiano Antonio De Robertis prende le distanze dal Museo van Gogh di Amsterdam e afferma di avere ricostruito l’esatta provenienza e la conseguente attribuzione a Vincent van Gogh del dipinto ‘Head of a man’. De Robertis sostiene di avere lavorato su quest’opera, oggi esposta alla National Gallery of Victoria di Melbourne, per 4 anni, confutando una perizia redatta da Louis van Tilborgh, curatore senior della storica istituzione olandese, su un ‘Ritratto di uomo’, catalogato col numero F209, che decretava la non autografia di van Gogh.

”Sono arrivato a conclusioni diametralmente opposte – ha dichiarato all’Adnkronos De Robertis – trovando documenti di appoggio ineccepibili, relative alla provenienza dell’opera. Finora si sapeva che il primo proprietario era la galleria Hermann Abels di Colonia dal 1928. Sono riuscito a trovare gli anelli precedenti della catena”.

Vincent van Gogh, infatti, “fece il ritratto al pittore ucraino Ivan Pavlovitch Pokhitonov tra il maggio e il luglio del 1887 – ha detto De Robertis – e glielo donò. Pokhitonov tenne la preziosa tele fino al 1891, quando si separò dalla moglie Matilda von Wullfert, a cui la lasciò. Alla morte della donna, nel 1926, il quadro passò alle tre figlie, che attraverso un amico di famiglia, il pittore russo Pavel Tchelitcew, lo affidarono in conto vendita al gallerista parigino Paul Rosenberg”.

“E qui sta la novità della mia scoperta – ha sottolineato ancora De Robertis – Dietro il dipinto Tchelitcew fece uno schizzo di profilo umano, coperto da 2 etichette di spedizione a una mostra in Australia del 1939. Lo schizzo è databile al 1927, prima che Tchelitcew consegnasse il quadro a Rosenberg”. De Robertis ha aggiunto di aver trovato lettere, fatture e ricevute negli archivi Rosenberg, a New York, che dimostrano la sua richiesta di autenticazione e invio dell’opera al catalogatore Jacob Baart de la Faille, socio della casa d’aste A.MAK di Amsterdam. “In Olanda – ha proseguito lo studioso – il quadro fu fatto vedere a un amico di van Gogh, Arthur Briet, che ne confermò l’autografia, dichiarando che van Gogh gli aveva presentato il modello del quadro. De la Faille poi fece da intermediario e il quadro arrivò alla galleria di Abels”.

”Finora nessuno se ne era accorto – ha commentato ancora De Robertis – Tra l’altro è l’unico dipinto di van Gogh esistente in Australia, dove è approdato nel 1939, poi acquistato dal museo NGV di Melbourne. Nel 2014, il museo, attraverso l’avvocato Olaf S. Ossmann, aderì alla richiesta degli eredi di Richard Semmel, industriale ebreo tedesco e fine collezionista d’arte che aveva acquistato il quadro da Abels, di riavere indietro il quadro. Nel 1933, Semmel, però, era stato costretto a vendere tutti i suoi beni, quadri compresi, e a rifugiarsi prima ad Amsterdam e poi a New York, dove morì nel 1950″.

“Ed è per questo motivo – ha concluso De Robertis – che, con il mio collaboratore Emanuele Della Bella, il 27 marzo scorso ho avuto un incontro con l’avvocato svizzero Olaf S. Ossmann a Milano, presso un prestigioso studio durato 4 ore. Alla fine si è deciso di porre in atto qualunque iniziativa necessaria per far recedere il museo van Gogh da una decisione iniqua e dannosa, cioè di continuare a sostenere che ‘Head of a man’ non sia un dipinto del grande pittore olandese”. De Robertis ha aggiunto infine di aver consegnato a questo proposito all’avvocato Ossmann un pamphlet sull’argomento di ben 97 pagine.


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