“Noi terroni stiamo morendo di tumore”  

Scritto da il 3 aprile 2018

Noi terroni stiamo morendo di tumore

Immagine di repertorio (Fotogramma)

Pubblicato il: 04/04/2018 19:08

“Dicono che noi calabresi siamo un popolo di testardi e tenaci. Non si sbagliano“. Comincia così il toccante post di Alice Mafrica, 31 anni, che è nata a Melito di Porto Salvo, ma si è trasferita subito. ‘Studia e vatindi!’ le dicevano i suoi e così ha fatto. Prima a Roma per studiare Medicina, poi Genova, dove lavora e si cura. Sì, perché Alice ha scoperto di avere un cancro al seno. Una malattia che ha colpito anni fa anche i suoi genitori. Giovane, ma combattiva, ha scelto Facebook,”oggi il più potente mezzo di comunicazione” come lo definisce lei stessa, per denunciare la drammaticità della situazione dell’assistenza sanitaria nel Meridione. “Noi terroni sin da bambini subiamo, coscienti o no, una preparazione alla vita degna del miglior spartano. La mia vita è, come quella di molte altre persone, la chiara evidenza del perché e del per come. Nata in un paese di pochi-mila abitanti, mio padre mi portava fiera in una casa in cui ancora mancavano le porte e diverse altre cose, ma di certo non la dignità – scrive nel post che ha il sapore di una lettera d’altri tempi -. Lanciata in uno stradone sterrato con una bici troppo grande senza rotelle, ho letteralmente mangiato la polvere in discesa, libera, innumerevoli volte. E innumerevoli volte ho ripercorso al strada, fino a trovare l’equilibrio”.

“Anche di sogni ne ho avuti molti: quando davanti agli occhi hai sempre il mare sognare di partire è naturale. Di tornare non ci pensi nemmeno, non da adolescente, quando vedi la ‘ndrangheta allungare gli artigli su ogni cosa che possa dar loro potere anche solo per il gusto di averlo, quando il tuo Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose, quando sparano a un consigliere regionale (nel nobile contesto di un seggio elettorale), quando finalmente puoi votare e allora bussano tutti alla tua porta: ‘Si mi duni u votu, ti fazzu trasiri ccà e ddà…’. Per fortuna, come dicevo, a casa mia mancavano le porte, ma non la dignità. ‘Studia e vatindi!’ Così ho fatto. Via, subito, università e poi lavoro e indipendenza”. Intanto in Calabria, racconta Alice, “gli ospedali diventavano mostri, i malati tumorali aumentavano in maniera esponenziale, il diritto alla salute veniva mortificato. Io li ho visti i miei amici, i miei vicini di casa ammalarsi e combattere. Li ho visti andare via. Alcuni, invece, li ho visti vincere, come mio padre, come mia madre, che hanno avuto la forza di affrontare delle chemioterapie annichilenti il fisico e la mente“. La malattia di entrambi i genitori e ora la sua. Con lei la vita non è stata lieve, eppure trova anche la forza di denunciare. Di sconfiggere il mostro, di cadere e di trovare l’equilibrio come quella volta sulla bici senza rotelle. “Mi sono vista anche io in un foglio di una diagnosi poco felice: carcinoma mammario. Ho visto tutto il percorso: intervento ‘al Nord’, chemioterapia, radioterapia. La nausea, la stanchezza perenne, i capelli che non ho più, lo sguardo di pena negli occhi degli altri, la mia rabbia perché per l’ennesima volta il Nord d’Italia si è rivelato efficiente ed efficace, il Sud un bacino di confusione, con pochi competenti costretti a lavorare in condizioni disumane, per loro e per i pazienti. Ho visto medici, costretti dalla propria coscienza, visitare e mandare in terapia più di cinquanta pazienti al giorno. Li ho visti dover aspettare in piedi fuori dall’ambulatorio, col freddo, con l’afa. Ho visto un ragazzo arrivare dalla provincia di Cosenza per fare chemioterapia con mezzi pubblici inadatti, quando esistenti. Ho visto infermieri soli lavorare con strumenti di antica memoria”. “Non chiedo molto per la mia terra – scrive -, solo l’attuazione reale di programmi di informazione e screening che sono alla base di una strategia preventiva, oggi quasi inesistenti; chiedo la creazione e la pubblicazione di un registro tumori dettagliato e ufficiale; chiedo un controllo del terreno, delle acque e dell’aria”. Chiedo, poi, allo Stato e ai miei conterranei un aiuto. Al primo di tenere gli occhi puntati sul Meridione e su chi lo gestisce, per garantire a tutti il diritto a curarsi a casa propria” e “ai miei conterranei “di assumersi, insieme a me, la co-responsabilità di un sistema sbagliato da sempre fondato sul favore dell’amico, sul megghiu a iddu chi a mia, sull’uovo oggi che la gallina eventualmente emigra al Nord”. “E ve lo chiedo, amici miei – conclude -, perché so che in casa di un calabrese testardo e tenace, si è sempre difeso un valore superiore che la storia ha provato a strappargli: la dignità”.


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