“40 km in bici per 4 euro a pizza”, la mia vita da rider  

Scritto da il 13 aprile 2018

40 km in bici per 4 euro a pizza, la mia vita da rider

(Fotogramma)

Pubblicato il: 14/04/2018 07:27

Il cellulare non smette di squillare. “Ora siamo diventati famosi” dice all’Adnkronos con un sorriso amaro l’ex rider di Foodora, il 26enne Riccardo che con altri 5 suoi colleghi ha fatto causa alla startup tedesca, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro, dopo la mobilitazione del 2016. Il tribunale di Torino ha dato ragione, però, all’azienda sostenendo che i fattorini sono autonomi a tutti gli effetti, riconoscendo come dice Foodora in una nota “la specificità del nostro business”. Una battaglia persa, ma non la guerra per i legali dei fattorini, Giulia Druetta e Sergio Bonetto, che annunciano: “Faremo ricorso”.

Per fare il rider basta avere un mezzo e uno smartphone. “Ho iniziato in scooter e, poi, mi sono reso conto che passavo tutte le settimane dal meccanico a spese mie e, allora, ho pensato di passare alla bici”. “Si parte in divisa, devi essere all’orario di inizio turno già brandizzato in divisa rosa nella piazza in cui ti puoi attivare, io partivo sempre da Porta Susa. Non c’è un cartellino, ma un log-in con la App e, poi, si aspettano gli ordini. Se arrivano, si pedala”. La media è di 15 chilometri al giorno, ma dipende dalla serata. “C’è il giorno della partita in cui ti fai 40 chilometri e il sabato sera in cui c’è una bella temperatura, la gente esce e nessuno ordina”. Anche per i rider torna il già citato ‘potere dell’algoritmo’, una costante di questi nuovi mestieri. Se sei più disponibile salirà la possibilità di essere chiamato per portare la pizza. “Guadagnavo una media dai 400 ai 600 euro al mese con un contratto di collaborazione. Cinque o sei giorni alla settimana, quattro ore al giorno in media – racconta Riccardo -. Il pagamento ai tempi, lavoravo per loro nel 2016, era di 5.60 euro netti all’ora. Adesso è peggio perché guadagni a consegna”. A far nascere il problema è stato il confronto con quanto prendevano i colleghi di Milano. “Parlando abbiamo scoperto che a loro davano 7.50 all’ora, in pratica 2 euro in più, e abbiamo pensato di chiedere lo stesso trattamento con una lettera collettiva, ma non hanno gradito. Ci hanno licenziato di fatto, semplicemente, non confermando via App i turni per cui davamo la nostra disponibilità”. Negli anni successivi “mi raccontano quelli che sono rimasti sono passati al cottimo con i nuovi assunti: 2,60 euro a consegna, poi, arrivati a meno di 4 (3,70 netti) e, una volta superate le 200 al mese, il pagamento aumentava di un euro. Nonostante la mancanza di tutele, ferie e malattia, vi assicuro che la fila per lavorare c’è sempre“. Giovani, ma anche padri di famiglia. “Ci sono diverse persone che superano abbondantemente i 50 anni con figli e storie diverse alle spalle, ma loro non parlano: troppa paura” aggiunge, ammettendo di aver appena ricevuto la pizza, ordinata a un rider di un’azienda concorrente. “E’ una piccola soddisfazione – scherza ridendo -. Me l’ha consegnata un signore sulla sessantina e gli ho dato la mancia, ma non on line, perché sennò ti arrivano meno soldi. Da noi era, così, lo abbiamo scoperto quando un nostro collega ha fatto un ordine”. Riccardo fa ancora il fattorino, “ma non più ovviamente per Foodora”. In futuro sogna di fare l’attore ed è iscritto a Tecniche erboristiche. “Sto studiando, chissà. Mi tengo aperte più strade” dice.

La questione dei rider – fattorini in bici o motorino – rientra nel discorso più ampio della cosiddetta ‘gig economy‘ ossia l’economia di quei lavoretti, fatti di solito dai giovani per arrotondare, ma che possono trasformarsi in altro sia per la disoccupazione che per la difficoltà di arrivare alla fine del mese. “Da noi in molti lo utilizzano come secondo lavoro, ma c’è anche chi si ingegna a incastrare i turni e ‘gioca’ su più piattaforme. In questo modo arriva a guadagnare quanto un part-time” dice all’Adnkronos Luca, rider laureato che lavora a Bologna per un’altra azienda di consegne a domicilio, ma che sogna di “fare carriera in Università”. “Abbiamo una paga oraria: 7 euro netti per chi usa la bici e 8 per chi consegna in scooter. Noi abbiamo un contratto di prestazione occasionale: è quello meno garantito perché non ha alcuna forma di assicurazione Inail. E’ questo che chiediamo, perché può succedere che hai un incidente – l’ultimo meno di un mese fa qui da noi in via Marconi – e, allora, se ti rompi una gamba resti anche senza occupazione”. Le problematiche sono tante, tutte diverse, per questo i rider italiani si riuniranno domani a Bologna in assemblea nazionale per tentare di conoscersi e definire obiettivi comuni. “Chiediamo un’indennità di manutenzione, legata ai chilometri percorsi. Ora è a carico nostro”.

Le big della ‘gig’ economy sono tantissime. I nomi li avrete sentiti e non si tratta solo di Foodora. C’è Deliveroo, Glovo, Just Eat e molte altre. Sono in tutto il mondo, non solo in Italia e a seconda del Paese cambia anche il trattamento. In alcuni vengono riconosciuti come subordinati, mentre in altri risultano autonomi. “In Germania gli stessi fattorini di Foodora hanno un contratto di lavoro subordinato che si chiama ‘minijob‘ e che dà accesso al salario minimo con assicurazione e un trattamento previdenziale differenziato” dice all’Adnkronos Valerio De Stefano, docente di Diritto del Lavoro alla storica università di Lovanio a una trentina di chilometri da Bruxelles in Belgio. “In Austria partecipano alle decisioni aziendali con una rappresentanza sindacale”. In Belgio, aggiunge il docente, “c’è stata una commissione che ha riconosciuto la subordinazione dei rider, questa volta di Deliveroo”, mentre a Londra “il giudizio è stato opposto”. Per quanto riguarda l’Italia in particolare, sottolinea il professor De Stefano, originario di Reggio Calabria, “non significa che la questione finisce qui dopo la sentenza del tribunale di Torino”. “Queste sono categorie molto deboli, che non hanno potere contrattuale con le piattaforme e credo debbano essere tutelati. C’è bisogno di una riflessione anche da parte del legislatore. Non sono l’architetto, l’avvocato, il notaio, professioni tipicamente autonome – conclude -. Sono nuovi modi di lavorare, che magari non corrispondono a quelli del passato, ma hanno lo stesso bisogno di garanzie dei lavoratori tradizionali”.


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