Ambiente, la finanza scende in campo  

Scritto da il 15 aprile 2018

Ambiente, la finanza scende in campo

Pubblicato il: 16/04/2018 14:18

Terremoti, cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico. Il mondo della finanza, fatto di banche e assicurazioni, fa i conti con le calamità naturali e i loro effetti non solo su persone, ma anche su imprese, beni e infrastrutture.

Un rischio esteso se si pensa che “il 35% degli italiani vive in zone a forte rischio sismico, il 55% in zone a forte rischio alluvionale e il 78% vive in una zona in cui esiste almeno uno dei due rischi”, dice Dario Focarelli, direttore generale dell’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), in occasione dell’incontro “Finanza e Ambiente” organizzato oggi a Roma dall’Anspc.

In Solvency II (il nuovo regime di vigilanza prudenziale per il settore assicurativo, in vigore in tutti i Paesi dell’Unione Europea) “è previsto esplicitamente un aumento del capital charge per i rischi connessi al rischio idrogeologico, frane e alluvioni, del 40% per l’Italia – spiega Focarelli – a fronte di un aumento solo del 20% in Francia e Regno Unito. Questo significa che in Italia il peggioramento è più marcato o perlomeno questo è ciò che segnalano le autorità di vigilanza”.

Anche per Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e presidente Ivass, “il cambiamento climatico e i suoi effetti sono ormai innegabili e in Italia i rischi sono particolarmente acuti con danni a persone, case e infrastrutture, per intervenire sui quali servono risorse extra”.

Quindi, se da una parte “le assicurazioni dovranno occuparsi dei rischi climatici tanto quanto degli altri rischi”, dall’altra, essendo la questione ambientale “centrale”, serve anche “una politica climatica europea forte, definendo una tassa sull’utilizzo delle fonti fossili di energia, la carbon tax, unica arma per convincere gli investitori che L’Ue fa sul serio”.

Insomma, come ricorda Ercole P. Pellicanò, presidente dell’Associazione nazionale per lo studio dei problemi del credito, “una valorizzazione della sana finanza si può fare collegandola all’ambiente “, ed è con il supporto della finanza che si può tutelare il patrimonio naturale ma le istituzioni, attraverso normative adeguate, devono stimolare il mondo della finanza a farlo.

Serve una visione di lungo termine. “All’origine dei fenomeni di finanza non sana c’è la visione di breve termine – dice Fabio Cerchiai, presidente Autostrade per l’Italia – La cosiddetta finanza sostenibile non può non avere coscienza che continuare a fare reddito è possibile solo se il reddito corrisponde all’interesse di tutti gli stakeholder e della comunità intera. La cosiddetta responsabilità sociale è il presupposto, questo vale soprattutto per banche e assicurazioni chiamate a svolgere anche un’altra attività, quella cioè di servire a proteggere l’azienda”.

E a proposito di aziende, una best practice è rappresentata dal Gruppo Hera che “investe ogni anno circa 400 milioni di euro in progetti sul territorio nazionale, nel mondo dell’ambiente almeno 60-70 milioni l’anno più le operazioni straordinarie che vengono svolte – spiega Luca Moroni, direttore centrale amministrazione, finanza e controllo del Gruppo Hera – Nell’ultimo anno, nel 2017, abbiamo comprato il gruppo Aliplast entrando così a pieno titolo nel mondo dell’economia circolare”.

Il Gruppo Hera è stato anche il primo in Italia a utilizzare il green bond “un finanziamento obbligazionario quotato e quindi emesso sul mercato pubblico di investitori istituzionali, chiamato ‘green’ perché deve finanziare progetti nell’ambiente in senso stretto e di sostenibilità ambientale”.


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