Le mani dei boss sulla Fiumara d’arte 

Scritto da il 19 aprile 2018

Le mani dei boss sulla Fiumara d’arte

Pubblicato il: 20/04/2018 08:16

Le mani della mafia sui lavori di valorizzazione del patrimonio artistico dei Nebrodi. I carabinieri del Comando provinciale di Messina, guidati dal colonnello Jacopo Mannucci Benincasa, hanno inferto un duro colpo alla famiglia mafiosa di Mistretta. Sono 14 le misure cautelari emesse, tre persone sono finite in carcere e undici hanno l’obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria. L’accusa è tentata estorsione in concorso aggravata dal metodo mafioso e trasferimento fraudolento di valori.

Il provvedimento scaturisce dagli esiti di una complessa indagine condotta, sin dal 2015, dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Messina, coordinata dai pm di Messina, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, nei confronti della famiglia mafiosa di Mistretta (Messina), attiva nella parte più occidentale della provincia peloritana, “che ha permesso di disvelare un tentativo di estorsione, eseguito da un consigliere comunale di Mistretta, tuttora in carica, in concorso con altri due, di cui uno già destinatario di un provvedimento di sequestro dei beni, in ragione della sua riconosciuta intraneità a Cosa nostra palermitana”, dicono gli inquirenti, ai danni di 2 imprenditori edili, aggiudicatari dell’appalto, del valore di circa 1 milione di euro, indetto dal Comune e finanziato dall’Unione Europea per la riqualificazione dei 12 siti dove sono installate le opere d’arte contemporanea che costituiscono il noto percorso culturale “Fiumara d’Arte”.

Le investigazioni, che avevano già consentito di trarre in arresto, il 6 ottobre 2017, una coppia di imprenditori edili per trasferimento fraudolento di valori, hanno altresì permesso di documentare l’intestazione fittizia, in favore di ben 11 complici – anch’essi destinatari della misura in esecuzione – di 2 locali notturni e 1 stabilimento balneare ed un’attività di compravendita di auto usate, ubicati sulla fascia tirrenica della provincia di Messina. Contestualmente, è stata data anche esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo disposto nei confronti delle medesime attività commerciali, del loro compendio aziendale, dei conti correnti e depositi bancari, nonché di 5 autovetture nella disponibilità degli indagati, per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro.

L’inchiesta è stata avviata nel settembre 2015 quando un imprenditore edile si era rivolto ai Carabinieri del Comando Provinciale di Messina segnalando, ancorché solo in parte e senza volere sottoscrivere in un verbale le sua affermazioni, quanto gli stava accadendo e cioè di essere vittima di un tentativo di estorsione. L’imprenditore si era aggiudicato, a seguito di una pronuncia giurisdizionale del TAR di Catania conseguente ad un suo ricorso, l’appalto indetto dal Comune di Mistretta per i lavori di valorizzazione e fruizione del patrimonio artistico contemporaneo nebroideo denominato “Fiumara d’Arte” – opere finanziate dalla Comunità Europea, con un importo a base d’asta pari ad 1 milione di euro ed aggiudicati alla sua ‘Ati’ con un’offerta pari ad 802.000 euro e spiegava che era stata avvicinato dal consigliere comunale di Mistretta, Vincenzo Tamburello, “il quale gli aveva rappresentato che la ditta che aveva ottenuto l’appalto prima del suo ricorso aveva già versato la somma di 50.000 euro ad alcuni soggetti del luogo, i quali li avevano successivamente restituiti dal momento che quella ditta era stata poi estromessa dai lavori”, dicono gli inquirenti.

Pertanto, Tamburello gli aveva richiesto di corrispondere la somma di 35.000 euro – da devolvere ad una donna che veniva indicata come la “signorina” la quale aveva un fratello detenuto ( per le cui spese legali sarebbero stati destinati i soldi versati alla donna) e inoltre lo invitava ad assumere nei propri cantieri tre operai dei quali gli avrebbe successivamente indicato i nomi e infine lo esortava a rifornirsi del conglomerato cementizio presso l’impianto dei fratelli Lamonica e assicurandogli che assolvendo a questi obblighi, non ci sarebbe stata alcuna richiesta estorsiva né danneggiamenti di sorta aggiungendo che, per il resto delle ulteriori forniture, egli avrebbe potuto rivolgersi al libero mercato. Le investigazioni immediatamente avviate attraverso servizi di osservazione, intercettazioni telefoniche e acquisizioni documentali permettevano di riscontrare ampliandole le prime dichiarazioni rese informalmente dall’imprenditore, identificando i complici di Tamburello e ricostruendo i rapporti tra loro.

La donna, citata come la “signorina” è stata identificata proprio in Maria Rampulla, deceduta nel maggio del 2016, sorella di Pietro (condannato per essere l’artificiere della strage di Capaci ed all’epoca dei fatti detenuto) e di Sebastiano, storico capo della “famiglia di Mistretta” deceduto nel 2010. Gli ulteriori due complici sono stati identificati in Giuseppe Lo Re, detto Pino, personaggio ritenuto vicino all’associazione mafiosa e colpito da una misura di prevenzione personale e patrimoniale nel 2015 e dalla zia di questi, Isabella Di Bella, una cartomante di Acquedolci, la quale, sfruttando i rapporti di amicizia intrattenuti con la moglie dell’imprenditore, aveva saputo della sua partecipazione alla gara di appalto a Mistretta ed aveva proposto ai coniugi l’intervento del nipote che era persona influente a Mistretta ed in grado di intervenire in favore dell’imprenditore, organizzando loro nella circostanza un incontro con questi nel suo Night Club.

Lo Re, a sua volta, in occasione di questo incontro indicava Tamburello Vincenzo come persona a cui i due coniugi potevano fare riferimento a Mistretta. Solo successivamente, molti mesi dopo quando ormai le indagini avevano in gran parte dipanato la vicenda, l’imprenditore, superati i timori che gli inculcavano i soggetti coinvolti nell’estorsione, formalizzava la denuncia integrando le prime sommarie indicazioni fornite ai Carabinieri con ulteriori dettagli che hanno permesso di ricostruire completamente la vicenda. Inoltre le indagini avviate, hanno permesso di accertare come Giuseppe Lo Re, in ragione della sottoposizione ad una misura di Prevenzione personale e patrimoniale, al fine di sottrarsi ad eventuali ulteriori provvedimenti ablativi, attraverso ben 11 complici ( di cui cinque di cinque stranieri) che nel tempo si sono prestati a fare da teste di legno alle sue attività economiche – tutti colpiti dalla misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla P.G. – , gestisse di fatto due night Club, uno a Torrenova (Messina) ed uno a Nicosia (Enna), un lido balneare nel Comune di Santo Stefano di Camastra ed un’attività di compravendita di auto usate esercitata principalmente attraverso la vendita on line.

In particolare, l’attività investigativa “ha consentito di accertare che Lore disponeva dei conti correnti bancari delle società ancorché formalmente intestati ai fittizi titolari nonché come lo stesso gestisse quotidianamente i suoi night club occupandosi personalmente del reclutamento e del pagamento delle ragazze impiegate”. Sui beni è intervenuto il provvedimento di sequestro preventivo che ha colpito tutti i compendi aziendali, i conti correnti personali dei prestanome e delle ditte oltre a numerosi veicoli e locali acquisiti con i proventi degli illeciti guadagni in virtù dell’evidente sproporzione con i redditi dichiarati.


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