Castellitto ridà voce al Moro professore  

Scritto da il 3 maggio 2018

Castellitto ridà voce al Moro professore

Pubblicato il: 04/05/2018 17:43

di Antonella Nesi

Far sentire la voce più autentica di Aldo Moro, quella del professore appassionato e mite, che non rinunciò mai, fino al rapimento, al confronto con i suoi studenti sul senso delle istituzioni e alle tre lezioni a settimana che teneva nella facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma, anche quando il clima nell’ateneo si era fatto teso e i suoi spostamenti erano a rischio. È questo l’inedito punto di vista di ‘Aldo Moro – Il Professore’, la docufiction coprodotta da Rai Fiction e Aurora Tv, per la regia di Francesco Miccichè, dove ad interpretare lo statista democristiano nelle parti di finzione è Sergio Castellitto. “Fare questo docufilm è stata una meravigliosa opportunità – ha detto Castellitto – perché prima anche io ne sapevo pochissimo di Moro, mi ero soffermato più sulla tragedia e sulle inchieste che sulla lezione che ci consegnava”, ha sottolineato l’attore.

L’opera, che Rai1 trasmetterà in prima serata l’8 maggio, alla vigilia del quarantesimo anniversario del ritrovamento del cadavere di Moro, e che è stata presentata oggi proprio nell’Aula Magna della Sapienza alla presenza di diversi studenti e del figlio di Moro, Giovanni, è ispirata all’omonimo libro di Giorgio Balzoni, ex allievo di Moro e poi cronista politico di punta del Tg1. “La scelta di Rai Fiction insieme ad Aurora – ha spiegato il direttore di Rai Fiction, Eleonora Andreatta – è stata di mettere al centro un aspetto inedito e poco esplorato dell’esperienza umana e professionale di Moro, di uscire dall’inchiesta sul rapimento, e di raccontare principalmente il suo rapporto con i giovani, con gli studenti del suo corso universitario, e la grandissima eredità che lascia con le sue parole ed il suo esempio”.

Il gruppo di lavoro che ha lavorato a ‘Aldo Moro – Il Professore’ (il coordinamento editoriale è di Giovanni Filippetto, la sceneggiatura di Franco Bernini) è lo stesso che ha già dato vita alle docufiction su Libero Grassi e su Paolo Borsellino. Un gruppo ormai rodato che in questo lavoro su Moro trova un perfetto equilibrio tra i linguaggi del documentario e della fiction: “È come se – ha sottolineato efficacemente Castellitto – la documentazione giornalistica e la narrazione emotiva diventassero vasi comunicanti, tanto che i documenti emozionano e la parte di finzione si fa anche documento“.

“Quel che è stato subito evidente sin dalle prime stesure del copione di Franco Bernini – ha detto il regista Francesco Miccichè – è che la visione del carcere e della pena che il professor Moro insegnava ai suoi studenti era una grande possibilità narrativa se vista in rapporto alla detenzione, alla pena che lui stesso fu costretto a subire dalle Brigate Rosse“.

Il 16 marzo 1978, giorno del suo rapimento, Aldo Moro aveva dato appuntamento davanti al Parlamento a un gruppo di laureandi per farli assistere al discorso di insediamento del Governo guidato da Giulio Andreotti. Nel pomeriggio Moro avrebbe dovuto essere alla Sapienza per partecipare alla discussione delle tesi di laurea, tanto che nell’automobile crivellata dai colpi dell’agguato di via Fani tra borse e giornali furono ritrovati i lavori dei suoi studenti sporchi di sangue. Diventa questo il punto di partenza per raccontare i 55 giorni del rapimento: gli occhi e i sentimenti di quattro studenti del corso di Procedura Penale della Facoltà di Scienze Politiche, interpretati dai bravi Valentina Romani, Andrea Arcangeli, Sara Cardinaletti e Filippo Tirabassi.

Nella speranza della sua liberazione e nell’ansia per il suo destino, i quattro ragazzi ripercorrono il loro rapporto con Moro, un professore speciale che alle lezioni in aula alternava occasioni fuori dall’università per far conoscere la realtà della materia che insegnava: la visita al carcere di Civitavecchia, quella al manicomio criminale di Aversa, un pranzo fuori, diventavano occasioni per dare un senso concreto alla sue lezioni e proseguire il confronto con i giovani anche sulla politica intesa come servizio al Paese.

Per motivi anagrafici i quattro attori che interpretano gli studenti di Moro non sapevano nulla della vicenda che cambiò per sempre la storia repubblicana (nella docufiction qualcuno la definisce “le Torri Gemelle italiane”). “Moro e quel periodo complicato che sono stati gli anni 70 – ha sottolineato il regista – per la generazione dei nostri giovani sono una specie di buco nero. Ne sanno molto poco, quasi nulla. Che si potesse uccidere o essere uccisi, o mettere a repentaglio la propria vita per delle ideologie è stata per loro una vera e propria scoperta. Il pensiero credo condiviso da noi autori è che questo vuoto storico e di conoscenza vada colmato. I più giovani devono sapere quale è la storia da cui vengono, e che il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro hanno influito in maniera determinante sulla storia della nostra fragile Repubblica. Devono sapere che le forze che hanno messo in atto, o non impedito, quella terribile esecuzione sono sempre in agguato“, ha sottolineato Micciché.

“La docufiction – ha spiegato ancora Andreatta, che alla vicenda umana e politica di Moro è molto legata anche per motivi familiari, giacché il papà era Beniamino Andreatta – intreccia linguaggi e piani diversi: la ricostruzione-fiction della figura di Moro professore con i suoi studenti e poi nei giorni del sequestro; le testimonianze-interviste degli ex allievi, primo tra tutti Giorgio Balzoni; le testimonianze attuali dei politici di allora (Bodrato, Signorile, Macaluso, Follini) e del Presidente e Vicepresidente della Commissione d’indagine su Moro; l’analisi dello storico Michele Gotor; e i documenti di allora, ovvero immagini tratte da foto, giornali, telegiornali, dichiarazioni politiche dell’epoca, i comunicati e le telefonate delle BR durante il sequestro”.

L’ultima scena della docufiction vede Moro-Castellitto parlare – di fronte ad un’aula del Senato simbolicamente deserta – della carica innovatrice dei giovani e del fatto che governare vuol dire creare una nuova condizione umana. “Quel Moro parla all’oggi“, ha concluso Andreatta.


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