Omicidio Moro, 40 anni di misteri  

Scritto da il 8 maggio 2018

Omicidio Moro, 40 anni di misteri

(Fotogramma)

Pubblicato il: 09/05/2018 07:05

Sono passati esattamente 40 anni dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, a via Caetani, nel cuore di Roma, dopo la strage di via Fani e i 55 giorni del sequestro, ma l’attacco brigatista al cuore dello Stato resta un caso con tanti misteri. Almeno per alcuni punti che, ad oggi, sono ancora poco chiari. O meglio: hanno avuto una o più risposte, nei processi, in libri, in interviste, in testimonianze, che però non reggono. A partire dall’omicidio, su cui restano dubbi sul dove, sul quando, sul come e soprattutto su chi sparò allo statista Dc, lasciandolo agonizzante in auto.

L’OMICIDIO – Moro, infatti, sarebbe stato ucciso in modo diverso da come abbiamo saputo e forse, addirittura, non dentro la macchina, la Renault 4 rossa poi ritrovata a via Caetani. Di sicuro gli hanno sparato mentre era seduto o in piedi, con il busto eretto. E le armi, che erano due (una Skorpion e una Walther) gli furono puntate contro, verso il torace, per sparare quasi a bruciapelo. E’ quanto emerge dalla ricostruzione fatta dal Ris di Roma, che ha collaborato con la Commissione parlamentare di inchiesta. Le modalità dell’omicidio di Moro, la mattina del 9 maggio del 1978, sono discordanti con quanto è agli atti, dopo le dichiarazioni dei brigatisti che in tre – Moretti, Maccari e Gallinari – si sono autoaccusati degli spari contro il leader Dc.

“Io credo che Moro – ha sottolineato il comandante del Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri Luigi Ripani – sia stato colpito mentre era seduto, magari su una sedia o su un bancone”, mentre era a una certa distanza dall’auto. Inoltre ora sappiamo che il presidente Dc, contrariamente a quanto detto, non morì subito dopo gli spari di Moretti (o di chi ha premuto il grilletto contro il leader della Dc).

BRIGATISTI IN AZIONE A VIA FANI – Negli anni, mentre le indagini andavano avanti, il numero dei brigatisti (o chiunque altro) abbia agito in via Fani si è, di volta in volta, allargato (e ristretto). Dopo il primo processo, nel 1982, dieci terroristi sono stati condannati come responsabili materiali dell’agguato: Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Adriana Faranda, Raffaele Fiore, Valerio Morucci, Luca Nicolotti e Bruno Seghetti. Morucci, poi, nel terzo processo Moro, confermò ‘indirettamente’ che Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri erano stati parte del gruppo. Nel 1993, Mario Moretti, nel suo libro di memorie, descrisse la presenza di una donna, identificata in Rita Algranati. Nel 1994 compare anche il nome di Raimondo Etro.

FOTO MAI RITROVATE – Il carrozziere Gherardo Nucci scattò una serie di fotografie nei momenti successivi alla sparatoria. Nucci, dal quinto piano della sua abitazione, in via Fani, fece numerose foto che consegnò agli inquirenti. Foto che sparirono, dando vita a un giallo che non si è mai risolto. Negli scorsi mesi, uno di questi scatti è ‘ricomparso’ sulle pagine di un quotidiano, l’immagine vede in primo piano la Fiat 130 di Moro, mentre nello sfondo una serie di persone che si sono assiepate nei pressi del Bar Olivetti. Tra questi un giovane con la sigaretta, che potrebbe essere Antonio Nirta, calabrese, esponente della ‘ndrangheta e confidente dei servizi.

COVO BR IN ZONA SEQUESTRO – Secondo la Commissione Moro, che ha appena finito i suoi lavori, “in via Licinio Calvo, nei pressi di via Fani, c’era un garage di riferimento delle Br, dove furono ricoverate le auto dell’agguato”. E il 16 gennaio del 1979 su ‘Op’ Mino Pecorelli fece espresso riferimento al ‘garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all’operazione’. Anche in via Massimi 91, poco distante, secondo quanto appurato dalla Commissione, vi era una palazzina, di proprietà Ior, la banca vaticana, frequentata da alti prelati, sede di società vicine alla Nato, finanzieri libici e persone vicine alle Brigate rosse. “Complesso edilizio che – si legge nel documento – potrebbe essere stato utilizzato per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista”.

NASTRI E VERBALI DELL’INTERROGATORIO DI MORO – E’ noto come i brigatisti facessero uso di registratori e di apparecchi per le riprese durante le loro azioni. D’altra parte, lo stesso Moretti ha detto che gli interrogatori di Moro furono registrati, aggiungendo come i nastri siano poi stati distrutti. Anche per quanto riguarda le foto di Moro prigioniero è probabile che gli scatti siano più di quelli noti, lo stesso don Fabbri, collaboratore di monsignor Curioni, il cappellano delle carceri incaricato da Paolo VI di avviare una trattativa per la liberazione di Moro, di recente, in Commissione Moro, ha parlato di alcune foto che arrivarono a Curioni durante i 55 giorni.

DON MENNINI – Se monsignor Cesare Curioni è stato l’uomo del Vaticano durante il sequestro, il giovane Mennini è stato il canale attraverso cui le Br e Moro comunicavano con la famiglia, come è testimoniato dalle lettere che il sacerdote recapitò alla moglie del leader Dc. “Non sono mai stato nella prigione delle Brigate rosse per confessare Aldo Moro”, ha però ribadito l’ex nunzio apostolico in Gran Bretagna, parlando davanti alla Commissione d’inchiesta. Ma la sua testimonianza non ha convinto più di tanto i parlamentari che lo hanno ascoltato.

SOLDI PRONTI IN VATICANO – “Quelli non erano soldi dallo Ior, questo lo so per certo”, ha detto don Fabbri, il braccio destro di monsignor Curioni che cercò di far rilasciare Moro in cambio dei 10 mld che la Santa Sede aveva messo sul tavolo. Una trattativa che sembrava potesse andare in porto ma che si interruppe improvvisamente. Un giallo nel giallo, poi, la presenza dell’agente segreto ‘Gino’ durante i 55 giorni (e anche dopo). Fabbri ha detto che non ne ha mai saputo il nome, aggiungendo poi che “era lo zio di una donna di cui ho celebrato il matrimonio”.

SUPERCONSULENTE USA – Per Steve Pieczenik il caso Moro, ormai, è solo fonte di problemi. “Non ne voglio più parlare”, dice all’AdnKronos il superconsulente Usa, inviato in fretta e furia in Italia nei 55 giorni del sequestro dello statista Dc, non si sa bene con quale mandato e con quali poteri. Aggiungendo di aver dovuto già spendere troppo in avvocati, “ben 20mila dollari, dopo esser finito sotto inchiesta Fbi”.

Eppure Steve l’americano, come veniva chiamato nel ’78, non è solo oggi un influencer di alto profilo, che vanta vicinanza con l’attuale presidente Donald Trump: è stato l’uomo che entrò nella gestione della trattativa tra lo Stato italiano, colpito al cuore e i brigatisti che detenevano Moro e lo interrogavano. Intestandosi poi la scelta, come da lui più volte rivendicato, della liquidazione di Moro al fine di ‘salvare’ lo Stato italiano.

PALAMARA – Parole che poi lo stesso Pieczenik sminuì, nel 2014, quando il pm della Procura di Roma, Luca Palamara, si interessò alle sue ammissioni, raccogliendo la sua deposizione in Usa. “Mi auguro ancora – dice all’AdnKronos Palamara, attuale consigliere del Csm – che da lui possa giungere un contributo alla verità, quello che serve per far comprendere alle autorità italiane cose che ancora non sappiamo”.

“E’ una storia da chiarire – spiega il magistrato – l’unica certezza è che Pieczenik era stato mandato dal governo americano e che il suo ruolo non fu secondario”, ricordando come “quando si entra nella storia di quei 55 giorni, una vicenda cruciale, si entra in un labirinto” e che “oltre alla verità processuale ci sono altri elementi che impongono altri accertamenti”.

Pieczenick, che arriva in Italia subito dopo il 16 marzo, giorno dell’agguato di via Fani, si occupa di gestire il negoziato con i terroristi, ma si rende conto del rischio che Moro possa rivelare segreti tali da mettere a rischio la stessa sicurezza Usa.

“Sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza – scriveva il 29 marzo Aldo Moro a Cossiga – con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni”.

A quel punto si prese la decisione di “abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo”, sostenne Pieczenik. “Ho messo in atto – disse al giornalista francese Emmanuel Amara – la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia”.

Un punto di vista che sembrò chiaro anche allo stesso Moro, nonostante fosse rinchiuso nel carcere del popolo: “Possibile che siete tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato? Che qualcuno vividamente vi suggerisce come soluzione di tutti i problemi del Paese? Ma, nessun responsabile si nasconde dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto”, scrisse in una delle ultime pagine del suo memoriale.


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