Pernice bianca a rischio  

Scritto da il 14 maggio 2018

Pernice bianca a rischio

(Pernice bianca, foto Luigi Sebastiani)

Pubblicato il: 15/05/2018 11:42

Aumento della pressione del turismo in montagna, distruzione, degrado e frammentazione dell’habitat, pressione venatoria, pascoli intensivi d’alta quota, alterazioni climatiche. Sono numerose le minacce alla sopravvivenza della pernice bianca sulle nostre Alpi, dove vive e si riproduce in aree aperte e a quote elevate, e che negli ultimi 15 anni ha fatto registrare un trend negativo del 30% a livello nazionale.

Dati emersi nel recente convegno di Trento, organizzato da Lipu-BirdLife Italia con il Muse di Trento e a cui hanno partecipato enti gestori delle aree protette, rappresentanti di Regioni e Province e ricercatori di tutto l’arco alpino, in occasione del quale la Lipu ha lanciato l’allarme e chiesto al Governo italiano, a Regioni e Province autonome alpine una collaborazione per redigere e implementare con urgenza un piano comune per la tutela di questa specie.

Ridotta ormai in poche aree dell’arco alpino, assediata da un turismo insostenibile, la pernice bianca è presente con sole 5-8mila coppie a livello nazionale, mentre in Europa, dove la specie si riproduce nei Pirenei e in Scozia, in Islanda e nella penisola scandinava, il numero sale a 250.000-1 milione di coppie.

La pernice bianca predilige ambienti di alta quota e climi freddi, ai quali ben si adatta grazie a zampe piumate e un piumaggio folto. Che però la espongono, più di altre specie, ai rischi derivanti dai cambiamenti climatici: basta un rialzo anomalo di temperatura nel periodo riproduttivo per far morire i pulcini, o un tardivo o insufficiente innevamento in autunno-inverno per renderla, a causa del mantello invernale completamente bianco, molto più visibile ai predatori.

Classificata come “Vulnerabile” nella Lista rossa italiana ed europea, per la pernice bianca le previsioni sono molto negative: secondo BirdsClim (protocollo operativo basato su modellistica ambientale messo a punto dalla Lipu), si prevede che entro il 2039, nell’arco alpino oltre i 1.500 metri, la pernice bianca perderà, a causa dei cambiamenti climatici, il 28,12% delle aree idonee alla nidificazione, percentuale che si innalzerà al 38,43% nel periodo 2040-2069 e al 49,11% nel periodo 2070-2099. In pratica, la specie è destinata a vedersi dimezzare l’areale di nidificazione entro fine secolo.

Grazie alle cartografie BirdsClim – sottolinea la Lipu – sarà possibile stabilire piani di gestione e interventi attivi per conservare la biodiversità, non solo avifaunistica ma più in generale quella faunistica e floristica. Ad aggravare il quadro della pernice bianca nel nostro Paese è la sua presenza nell’elenco delle specie cacciabili, che la legge 157 del 1992, la legge quadro sulla fauna selvatica e l’attività venatoria, concede per il periodo che va dal 1 ottobre al 30 novembre

Solo il Piemonte e la Provincia autonoma di Trento, di fronte alle difficoltà che vive la pernice bianca, hanno deciso di vietare la caccia sui rispettivi territori. Ingente il numero dei capi uccisi nella provincia di Bolzano, dove nel 2017 sono stati abbattuti 323 esemplari, numero addirittura maggiore rispetto all’anno precedente quando le pernici bianche cadute sotto i colpi dei cacciatori furono 205.

“La situazione della pernice bianca è molto preoccupante – spiega il presidente della Lipu-BirdLife Italia Fulvio Mamone Capria – Occorre fermare l’ulteriore espansione di caroselli sciistici e la dannosissima pratica dell’eliski. Chi davvero ama la montagna non può più girarsi dall’altra parte e continuare a sostenere una modalità di sviluppo che sottrae i residui, e sempre più rari, ambiti integri delle Alpi alla fauna selvatica. Ma un’attenzione seria va prestata anche all’attività venatoria, che aggrava non poco la sofferenza sulla specie”.

“La pernice bianca è il simbolo delle Alpi e della loro biodiversità – afferma Paolo Pedrini curatore MUSE – la sua tutela ci impone un dialogo fra tutti i portatori d’interesse in una ricerca di soluzioni a favore non solo di questa affascinante specie ma dell’’intero ecosistema altomontano alpino, oggi reso ancora più fragile dai rapidi cambiamenti in atto”.


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