Come funziona l’impeachment  

Scritto da il 27 maggio 2018

Come funziona l'impeachment

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di spalle (Afp)

Pubblicato il: 28/05/2018 11:02

La prima a invocarlo è stata Giorgia Meloni: “Se il veto su Savona impedisse la formazione del governo chiederemo al Parlamento la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica”. Poi, è seguito l’attacco di Di Maio, che in una telefonata a ‘Che tempo che fa’ si è allineato alla leader di Fratelli d’Italia chiedendo l”impeachment’ per Mattarella. Ma cosa si intende per impeachment? E come funziona?

Si tratta di un istituto giuridico con il quale si prevede il rinvio a giudizio del capo dello Stato qualora si ritenga che abbia commesso “alto tradimento” o “attentato alla Costituzione”. Non è la prima volta che il Movimento Cinque Stelle minaccia di ricorrere all’istituto nei confronti del presidente della Repubblica. Quattro anni fa ci pensò Beppe Grillo a ventilare l’ipotesi contro Giorgio Napolitano. Per non parlare dei precedenti nei confronti di Giovanni Leone (1978), Francesco Cossiga (1990) e Oscar Luigi Scalfaro (1993).

La prima cosa da sottolineare quando si parla di impeachment è che l’ordinamento italiano non annovera questa procedura. Il termine si riferisce infatti a un antico istituto del common law inglese preso in prestito dal sistema politico statunitense ed entrato a far parte del gergo giornalistico italiano per definire la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato.

COSA DICE LA COSTITUZIONE – In Italia il Presidente della Repubblica, come recita l’art. 90 della Costituzione, “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” e può essere accusato solo in caso di “alto tradimento e attentato alla Costituzione”. Spetta al Parlamento riunito in seduta comune, dopo l’attività istruttoria del Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa (un organo bicamerale composto da senatori e deputati) la decisione di votare la messa in stato d’accusa. Per mettere in Presidente in stato d’accusa occorre la maggioranza assoluta e l’istruttoria deve essere svolta dal Comitato entro 5 mesi (prorogabili).

L’ultima parola spetta poi alla Corte Costituzionale, come stabilito dall’art. 134 della Costituzione chiamata a giudicare “sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione”. La Corte Costituzionale giudica in composizione integrata. Ai 15 componenti togati vanno aggiunti 16 membri estratti a sorte tra i cittadini con i requisiti per l’eleggibilità a senatore (compilati dal Parlamento ogni 9 anni) e uno o più commissari d’accusa. Il processo si conclude con una sentenza inappellabile.

COS’E’ L’ALTO TRADIMENTO – Il Presidente della Repubblica, come abbiamo ricordato precedentemente, può essere accusato di “alto tradimento” oppure di “attentato alla Costituzione”. Per “alto tradimento” si intendono quei comportamenti con i quali il Presidente viola il dovere di fedeltà alla Repubblica. Ad esempio nel caso in cui il Presidente, in accordo con altri Stati, intenda sovvertire l’ordine costituzionale o gli interessi della nazione.

COSA SI INTENDE PER ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE – L’attentato contro la costituzione dello Stato è previsto dall’art. 283 del codice penale e viene commesso da chiunque “commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del governo, con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato”.

I PRECEDENTI – Nella storia della Repubblica nessun capo dello Stato è stato messo in stato d’accusa dal Parlamento, ma l’istituto è stato invocato tre volte. Nel 1978 nei confronti di Giovanni Leone, sesto presidente della Repubblica. Leone lasciò l’incarico dopo una lunga campagna in relazione allo scandalo Lockheed. Nel 1990 fu la volta di Francesco Cossiga, per la vicenda Gladio. La messa in stato d’accusa venne presentata nel 1991 ma il Parlamento la respinse. L’anno dopo fu Occhetto (Pds) ad accusare il picconatore di aver attentato alla Costituzione. La messa in stato d’accusa non venne però votata. Cossiga si dimise a due mesi dalla scadenza naturale del mandato nel 1992.

Nel 1993 la minaccia di impeachment raggiunge il nono presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro accusato di aver gestito a uso personale fondi neri. Celebre il suo “Non ci sto” pronunciato a reti tv unificate. L’ultima volta che l’impechment venne invocato risale invece al 2014 nei confronti di Giorgio Napolitano, accusato di tradimento della Costituzione dal M5S.


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