Equità salari centrale per donne tedesche, italiane temono molestie  

Scritto da il 4 giugno 2018

Parità di diritti, donne italiane e tedesche a confronto

Pubblicato il: 05/06/2018 16:18

Un quadro di luci e ombre, a tratti inquietanti, come quando si parla di molestie sessuali, al primo posto tra le preoccupazioni delle donne italiane. Nel confronto con le tedesche sul piano della parità di genere, si scopre che il traguardo di una piena equità è ancora molto lontano per entrambe, ma il saldo finale pende a favore delle cugine del Nord Europa. Almeno nella percezione, secondo l’indagine della Camera di commercio italo-germanica con Ipsos presentata durante il forum italo-tedesco al Sole 24 Ore, sette tedesche su dieci si sentono un po’ più “uguali” agli uomini e meno discriminate nel loro Paese. In Italia, è il contrario: il 74% delle donne intervistate ritiene che attualmente “ci sia diseguaglianza in termini di diritti sociali, politici ed economici”.

A conti fatti, però, la Germania non è proprio un esempio a cui tendere: intanto, la distanza tra le paghe orarie è più contenuta in Italia, dove è anche molto meglio della media Europa. In Germania, poi, ci sono meno donne nei cda delle principali società quotate che in Italia. Qui, anche a causa degli effetti della legge Golfo-Mosca del 2011 sulle quote rosa, nel 2017 erano al 34%, in Germania al 32%, ma in entrambi casi la percentuale è superiore alla media europea (25%). Le differenze più marcate, a sfavore del nostro Paese, sono nel numero di occupate: in Germania sono il 72%, in Italia il 49% e con un numero minore di figli per donna (1,37 in media contro l’1,59 tedesco), a conferma del fatto che maggior occupazione giova alla natalità.

Per le italiane, l’equità salariale non è una priorità, che è invece al primo posto tra i “temi” da affrontare per le tedesche. Al primo posto per il 32% delle italiane c’è il tema delle “molestie sessuali”, al secondo quello degli “abusi domestici”, al terzo quello delle “violenze sessuali” e solo al quarto posto, per il 26%, emerge il problema della “quantità di lavoro non pagato che le donne devono fare”. Il tema degli stipendi è al sesto posto. Jennifer Hubber, la Chief client officer di Ipsos che ha curato la ricerca, si è chiesta se questo risultato fosse frutto di condizionamenti o di una realtà oggettiva, e ritiene che “la quota di condizionamento in questo caso sia stata molto elevata”. Negli ultimi anni, però, “l’Italia ha fatto passi da gigante nell’uguaglianza di genere“, osserva.

Tra 2005 e 2015, è il Paese che ha registrato il maggior incremento di punteggio nel gender equality index, un indice che si basa su più macro-aree, dalla salute alla conoscenza. L’Italia nel 2015, con 62 punti, era solo 4 punti al di sotto della media europea, la Germania a un punto di distacco. Sul fronte degli studi, l’Italia è forte nell’accesso delle ragazze ai gradi più alti dell’istruzione: per ogni studente universitario, 1,3 sono studentesse in Italia e 0,9 in Germania. Il paese dove governa Angela Merkel è battuto anche sul piano delle facoltà scientifiche, dove le giovani italiane sono un po’ di più (0,6 contro 0,4) per ogni studente universitario (dati Eurostat).

“La parità tra uomo e donna è una questione di giustizia e in nessuna società del mondo si può permettere che la metà di una popolazione sia messa in una situazione di svantaggio”, afferma Susanne Marianne Wasum-Rainer, ambasciatore tedesco in Italia, sottolineando che dopo le ultime elezioni in Germania la quota di donne in Parlamento “ha subito un ulteriore calo”. Oltre tutto, sostiene, “i Paesi con una maggiore parità di genere hanno più successo: secondo le stime, una piena uguaglianza porterebbe 310 miliardi di dollari di crescita economica in più in Germania”.

Secondo Monica Poggio, amministratore delegato di Bayer Italia, non solo la politica ma anche le aziende possono fare molto per risolvere le diseguaglianze di genere. “Le politiche aziendali sono fondamentali, non sono solo marketing, e l’esempio di un leader può far sì che le cose cambino”. Anche le donne devono fare la loro parte, cercando di promuoversi un po’ di più: “Il ragionamento: ‘siccome sono brava, qualcuno si accorgerà di me’, non funziona”. Dello stesso avviso, Marcella Montelatici, amministratore delegato di Trumpf. “Molte donne non sono disposte a muoversi dalla loro zona comfort, non solo geografica, ma anche mentale. E’ bene che mostrino più coraggio a cimentarsi in lavori che hanno poco di femminile”.


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