Trasfusioni addio, speranza per beta talassemia  

Scritto da il 14 giugno 2018

Trasfusioni addio, speranza per beta talassemia

AVIS SACCHE DI SANGUE DONATO PER TRASFUSIONI

Pubblicato il: 15/06/2018 12:26

Cancellare la malattia dal Dna. Per chi convive con una delle forme più gravi di beta talassemia, significherebbe dire addio a una routine fatta di trasfusioni di sangue ogni 3 settimane e di terapia chelante tutti i giorni per evitare sovraccarichi di ferro. Un sogno che sembra più vero guardando ai risultati di un nuovo studio di terapia genica presentato a Stoccolma durante il 23esimo Congresso dell’Associazione europea di ematologia-Eha. Il lavoro ha coinvolto centri di tutto il mondo sotto la guida dell’italiano Franco Locatelli, professore di Pediatria all’università di Pavia e direttore del Dipartimento oncoematologico, di terapia cellulare e genica dell’ospedale Bambino Gesù di Roma.

I dati illustrati al meeting scandinavo riguardano gli studi di fase clinica I/II Northstar (HGB-204) e di fase clinica III Northstar-2 (HGB-207) sulla terapia genica LentiGlobin* della società biotech americana Bluebird Bio: si tratta di un vettore lentivirale che trasporta una versione corretta del gene Hbb della beta-globina, uno dei componenti dell’emoglobina, mutato o assente nella beta talassemia. A bordo di questa navicella il gene terapeutico viene traghettato all’interno delle cellule staminali ematopoietiche prelevate dal paziente, che una volta modificate gli vengono reinfuse.

Locatelli evidenzia in particolare i risultati dello studio HGB-207 che definisce “il più importante condotto in Europa” sulla terapia genica della beta talassemia, alla quale stanno lavorando anche altri gruppi e aziende. “I dati sono straordinari”, spiega all’AdnKronos Salute. “Dei pazienti trattati da almeno 6 mesi, 7 su 8 non hanno più bisogno di trasfusioni. Una potenziale rivoluzione che cambia la prospettiva di sopravvivenza di questi malati”, per i quali oggi l’unica alternativa alle ripetute trasfusioni è il trapianto allogenico di staminali ematopoietiche. Strada rischiosa e non sempre percorribile.

Lo studio di fase III ha arruolato al momento 11 pazienti con beta talassemia trasfusione-dipendente e genotipo beta-positivo, che mantengono cioè una produzione residua di emoglobina, ma incompatibile con la vita. Il follow-up mediano è di 8,5 mesi (da 0,3 a 16,2) e “degli 8 pazienti che hanno superato i 6 mesi, 4 dei quali sono italiani – precisa Locatelli – 7 sono arrivati a produrre grazie alla terapia genica almeno 7,6 grammi di emoglobina per decilitro di sangue, che hanno portato l’emoglobina totale a circa 11-13 g/dL”. Un livello che permette loro di vivere senza trasfusioni da un periodo compreso fra 4,7 e 15,1 mesi: oltre un anno. Dei 3 pazienti trattati più di recente, poi, “i 2 che hanno un follow-up di almeno 3 mesi sono arrivati a un totale di emoglobina di 10-12,6 g/dL”.

Quanti sono i malati che possono sperare di liberarsi un giorno dalla schiavitù delle trasfusioni continue? “La beta talassemia è la malattia ereditaria del globulo rosso più frequente al mondo – sottolinea l’esperto – Circa 300 mila persone soffrono della forma trasfusione-dipendente, di cui 6-7 mila soltanto in Italia dove la patologia si concentra soprattutto in Sardegna e in Sicilia, in certe zone del Sud e nel Polesine”. Non a caso la distribuzione geografica rispecchia quella che fu della malaria prima della sua eradicazione: “I talassemici sono infatti più resistenti al plasmodio responsabile dell’infezione, caratteristica che in quelle aree del Paese li favoriva e che si è quindi ‘selezionata’ determinando un maggior numero di malati”. Secondo Locatelli, “larga parte di tutti i pazienti trasfusione-dipendente potrebbe beneficiare di una terapia genica“.

In merito ai risultati di HGB-207 – che “ha già arruolato pazienti dai 12 ai 50 anni e avrà un’ulteriore estensione alla fase pediatrica” – lo specialista evidenzia come sia stato usato un “approccio refinito e ottimizzato, che ha portato a una maggiore percentuale di cellule trasdotte e a un maggior numero di vettori per cellula”. Il tutto a fronte di una conferma sul profilo di sicurezza. Considerando anche gli oltre 3 anni di risultati dello studio HGB-204, con la maggioranza dei pazienti trattati che riesce a mantenere una condizione di trasfusione-indipendenza a lungo termine, per Locatelli la “promessa” è quella di “cambiare la storia naturale della malattia per molti pazienti con gravi disordini genetici della produzione di emoglobina”. Entro fine anno Bluebird Bio sottoporrà il dossier alle autorità regolatorie Ue per chiedere il via libera alla cura.


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