Pace fatta  

Scritto da il 15 giugno 2018

Pace fatta

(Afp)

Pubblicato il: 16/06/2018 07:02

Da una parte, “l’amico Macron”, che “ringrazio”, del quale “condivido le parole” e che “sono davvero lieto di avere incontrato”. Dall’altra, “il presidente del Consiglio italiano, il mio amico Giuseppe Conte”, che ha “qui un presidente della Repubblica francese che ama l’Italia e vuole riuscire, con lei, ad avere un’Europa più forte. Merci, cher Giuseppe”. Il presidente francese Emmanuel Macron e il premier italiano si sono profusi in reciproche cortesie ieri durante la conferenza stampa nel palazzo dell’Eliseo, nel primo bilaterale fuori dai confini nazionali per il presidente del Consiglio.

Un incontro, a pranzo, durato un paio d’ore, che arriva dopo le tensioni tra Roma e Parigi provocate dalle dichiarazioni del portavoce della Republique En Marche, Gabriel Attal, che aveva definito “vomitevoli” le posizioni italiane nel caso della nave Aquarius, ora in rotta verso il porto di Valencia, in Spagna, con il suo carico di migranti. Parole criticate anche in Francia, quelle del giovane portavoce del partito del presidente, e che hanno provocato grande irritazione in Italia, tanto da far temere un annullamento del bilaterale. Invece, l’incontro c’è stato e, stando alle dichiarazioni dei due, è andato pure bene.

Incidente chiuso, dunque: “Con il presidente Macron – ha detto Conte – c’è una perfetta intesa: c’è stata una telefonata che abbiamo anche annunciato con un comunicato congiunto, in cui ci siamo perfettamente chiariti. Il fatto che io sia qui è abbastanza eloquente”. Il padrone di casa, dal canto suo, ha trattato Conte con tutti i riguardi, ma non ha rinunciato a mettere i puntini sulle ‘i’: è vero, ha affermato, che l’Italia “ha dovuto subire molti arrivi diretti ma, con un lavoro molto importante, questi arrivi si sono ridotti e il primo semestre del 2018 è stato segnato da un ribasso del 77% degli arrivi dall’Africa del Nord, e in particolare dalla Libia”.

E la Francia stessa, ha continuato Macron, “non trae profitto dal sistema collettivo europeo, in particolare dalle regole di Dublino. Siamo un Paese verso il quale sempre più uomini e donne che arrivano tramite le rotte dell’ovest, del centro o dell’est, poi vengono. Se l’Italia durante i primi quattro mesi dell’anno 2018 ha avuto 18mila richieste d’asilo, la Francia ne ha avute 26mila. La Francia ne ha avute quasi 100mila l’anno scorso, l’Italia solo 9mila. Molti fanno errori, confondendo le cifre, ma noi siamo un Paese di richiesta d’asilo e di arrivo, un Paese verso il quale uomini e donne che hanno visto la loro domanda di registrazione rifiutata in un altro Paese dell’area Schengen vengono, per chiedere di nuovo asilo”.

Insomma, Italia e Francia sono sulla stessa barca: anche se l’Esagono è favorito dalla geografia, dato che le sue coste meridionali sono molto più lontane dal Nordafrica rispetto a quelle italiane, è comunque sulla via verso il Regno Unito, meta agognata da moltissimi migranti, anche perché vi si parla inglese e trovare lavoro è più facile. E le autorità di frontiera dei due cugini latini, come ricorda oggi Le Figaro, collaborano nel gestire la situazione: se l’argine di Ventimiglia dovesse cedere, in Francia si teme il risorgere della ‘Jungle’, la bidonville di Calais, ma stavolta con almeno 20mila migranti.

Pertanto, è inutile litigare, perdendosi in “piccole beghe”, come le ha chiamate il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani: ai due Paesi conviene collaborare. Francia e Italia, ha detto Macron, “devono gestire questa crisi migratoria: dobbiamo dare delle risposte insieme. Tutta la nostra discussione ha permesso prima di tutto di illustrare questa volontà comune, di avere contemporaneamente più umanità ed efficacia nell’affrontare questa materia”. Serve una risposta europea, che finora, a causa soprattutto della mancata riforma delle regole di Dublino, ferma da molto tempo in Consiglio (il Parlamento Europeo ha già definito la sua posizione nel novembre 2017 e attende da mesi che gli Stati definiscano la propria), non c’è stata: “La nostra organizzazione collettiva non è buona e non siamo in grado di rispondere alle sfide che abbiamo davanti”, ha continuato il presidente francese.

E quindi, ha affermato Conte, “il regolamento di Dublino deve cambiare: l’Italia è profondamente contraria alla proposta attualmente in discussione di riforma del regolamento di Dublino (il compromesso preparato dalla presidenza bulgara, ndr) e sta preparando una propria proposta, che non vede l’ora di condividere con gli amici francesi e con gli altri partner europei, in modo da finalizzare questa proposta a livello europeo sotto la presidenza austriaca” del Consiglio Ue, cioè entro fine anno. La proposta italiana verrà presentata nel prossimo Consiglio Europeo, ha specificato Conte, e sarà diversa dalla proposta di compromesso della presidenza bulgara.

Per i dettagli è presto, ma Conte ne ha descritto i punti principali. Prima di tutto, ha detto, “dobbiamo creare centri di protezione europei, già nei Paesi di origine o di transito, in modo da anticipare e velocizzare anche i procedimenti di identificazione e le richieste di asilo dei migranti”. L’idea di identificare i migranti fuori dall’Ue circola da tempo e ha una logica evidente, perché consentirebbe di evitare a chi intende chiedere asilo di imbarcarsi in un viaggio pericoloso. In più, ha aggiunto, “il concetto stesso di Stato di primo ingresso va ripensato. Chi mette i piedi in Italia, mette i piedi in Europa”.

Conte ha parlato di “un radicale cambio di paradigma, un approccio integrato, che si fondi su alcuni pilastri fondamentali. Bisogna rafforzare, a livello europeo, il rapporto con i Paesi di origine e di transito dei migranti. In questo modo dobbiamo prevenire i viaggi della morte, e tutta l’Europa deve avvertire su di sé questa responsabilità”. E poi, bisogna lavorare alla protezione dei confini: “Dobbiamo consolidare – ha aggiunto il premier – il concetto di frontiera europea: nessuno in Europa può pensare di rimanere estraneo, di lavarsi le mani rispetto al problema dell’emigrazione. Questo nuovo approccio deve essere orientato a tutelare i diritti fondamentali dell’uomo e a incrementare la lotta contro tutti gli speculatori che traggono vantaggi economici da questa moderna tratta disumana”.

Macron, dal canto suo, ha sottolineato che è indispensabile investire di più su Frontex, l’agenzia Ue con sede a Varsavia competente sulle migrazioni. Sulla necessità di ridurre i numeri degli arrivi, in Europa, sono tutti d’accordo: è forse l’unico punto su cui si registra una convergenza generale, dal blocco di Visegrad ai Paesi del Mediterraneo.

Anche perché, una volta ridotti gli arrivi, trovare un accordo sul resto (vedi ricollocamenti) diventa più facile. Quanto all’Asse dei volenterosi, invocato dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che vedrebbe una collaborazione con i ministri degli Interni italiano e tedesco, Matteo Salvini e Horst Seehofer, Macron lo ha liquidato con una battuta, notando che la parola Asse “non ha portato fortuna” nella storia europea, con un riferimento all’Asse Roma-Berlino del 24 ottobre 1936.

Poi ha lanciato un’altra frecciata a Salvini: visto che ha “contatti privilegiati” con gli austriaci e con gli ungheresi, se riuscirà a ottenere “più solidarietà” da Vienna e da Budapest verso l’Italia, sarà “una buona notizia per tutti noi”. Dopodiché ha sottolineato che per i Paesi parlano premier e presidenti, non i ministri, “ed è bene che sia così – ha aggiunto – perché così prevedono le Costituzioni e, fino a prova contraria, non abbiamo cambiato le Costituzioni dei nostri Paesi”.

Lo stesso Conte si è smarcato dall’Asse Roma-Berlino-Vienna, che all’atto pratico potrebbe rivelarsi complicato, dato che Seehofer vuole respingere direttamente alla frontiera chi ha già fatto richiesta di asilo in un altro Paese Schengen: quindi, a logica, queste persone verrebbero respinte in Austria e, se Vienna applicasse la stessa logica, in Italia. “Io – ha detto – vorrei un Asse dei volenterosi che abbracci l’intero arco dei Paesi europei. E’ quello a cui miriamo”. Insomma, le migrazioni, ora che sta per iniziare l’estate, restano al centro del dibattito europeo e molto probabilmente, con la proposta italiana, saranno uno dei temi forti del Consiglio Europeo di fine giugno.

Malgrado i cali degli arrivi, tuttavia, nessuno si fa troppe illusioni: gli accordi con le varie milizie libiche sono una soluzione tampone, escogitata da Marco Minniti, ma precaria, visto il disordine che regna in Libia dalla caduta di Muhammar Gheddafi. Il fenomeno migratorio, ricorda sempre Tajani, è strutturale e va gestito, lavorando con un’ottica di lungo periodo sul continente africano, che oggi ha 1,2 mld di abitanti, su un territorio che è oltre sette volte l’Europa.

Secondo le proiezioni dell’Onu, nello scenario medio, nel 2050 potrebbero arrivare 2,5 mld nel 2050 e 4 mld nel 2100, un terzo della popolazione mondiale: l’Ue oggi ha una popolazione di 508 mln di persone. Non si trova ancora nella situazione in cui è l’Australia, Paese molto criticato per le sue durissime politiche sull’immigrazione, ma che ha solo 24 mln di abitanti su un territorio immenso, ma fragile, e che si confronta a nord con un colosso come l’Indonesia, che ne conta 261 mln, oltre dieci volte tanto. Tuttavia, a lungo termine, il paragone potrebbe non essere così fantascientifico.


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