“Ipotesi fulmine non credibile”  

Scritto da il 13 agosto 2018

Ipotesi fulmine non credibile

Pubblicato il: 14/08/2018 19:06

Che un fulmine possa avere avuto un ruolo sul crollo del ponte Morandi di Genova “è un’ipotesi a cui non credo assolutamente. Tutti i ponti sono dotati di parafulmini. Non può essere stata questa la causa del collasso”. Così all’Adnkronos Paolo Clemente, ingegnere strutturista del Dipartimento di sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali dell’Enea.

Che spiega anche quali possono essere invece le principali cause di degrado di un ponte in calcestruzzo, come quello genovese: “Soprattutto gli agenti atmosferici che possono degradare la struttura fino ad arrivare all’armatura, ma una normale manutenzione può ovviare al problema. Oggi abbiamo gli strumenti per farlo. Grazie all’utilizzo di sensori possiamo monitorare lo stato di salute delle strutture anche a distanza”.

Viene fatto? “In alcuni casi sì, soprattutto per le opere nuove, ma su quelle datate no”. Ed è “intollerabile che non si intervenga in caso di ammaloramento del calcestruzzo, un problema che riguarda tutti i nostri ponti”.

Un caso di ‘ammaloramento’, o degrado, evidente del calcestruzzo, l’anno scorso aveva portato alla chiusura di un viadotto ad Agrigento, anche in questo caso un’opera del progettista Riccardo Morandi, come il ponte genovese: “Lungo il viadotto si vedevano le pile forate col calcestruzzo completamente degradato e l’armatura che veniva fuori – ricorda Clemente – Eravamo a poche centinaia di metri dal mare quindi la salsedine aveva sicuramente avuto un ruolo importante nel degrado della struttura”, ma è chiaro che lì era mancata la manutenzione.

E nonostante la coincidenza del progettista (Morandi nel caso siciliano e Morandi in quello ligure, oggi) sul banco degli imputati c’è proprio la manutenzione, “non Morandi, che è stato uno dei nostri più grandi progettisti – sottolinea l’esperto dell’Enea – I suoi ponti strallati, realizzati anche in Venezuela e in Spagna, per quell’epoca erano opere importanti, ardite e audaci, che oggi però non realizzeremmo più perché presentano problemi di durabilità”.

Opere ardite e audaci, come nel caso del ponte genovese, che necessitano di manutenzione continua. “Non è un caso se il Golden Gate di San Francisco viene continuamente verniciato: si parte da un’estremità e si arriva all’altra, ci vogliono anche mesi per farlo, e poi si ricomincia da capo, in continuazione. Fa parte della manutenzione del ponte che, altrimenti, non sopravviverebbe”, sottolinea Clemente.

Manutenzione, prima di tutto, ma serve anche un’anagrafe dei ponti, cioè “un elenco dei ponti in Italia che di ogni struttura riporti le informazioni necessarie per stabilire lo stato di salute del ponte e le priorità di intervento, partendo dalle situazioni a maggiore rischio. Oggi abbiamo gli strumenti per monitorare queste opere, certamente questo ha un costo ma quanto costerà ora quello che è successo a Genova?”


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