Cohen punta il dito contro Trump  

Scritto da il 21 agosto 2018

Cohen punta il dito contro Trump

(Afp)

Pubblicato il: 22/08/2018 11:43

L’accusa è di quelle pesanti. Viene, poi, da nientemeno che Michael Cohen che, nell’aula del tribunale di New York, ammettendo la propria colpevolezza punta il dito contro Trump, reo di aver “ordinato e coordinato” il pagamento a Stormy Daniels e a un’altra donna “con il principale obiettivo di influenzare le elezioni“. Accuse che potrebbero avere la forza di un terremoto a Washington, provocando le richieste di impeachment, dal momento che, come scrive oggi il Washington Post in un editoriale, di fatto indicano come “alla Casa Bianca un presunto partecipante a un complotto illecito”.

“Trump non può continuare a fare finta che questi crimini non siano avvenuti o che non abbiamo nulla a che fare con lui, e non può farlo neanche il Congresso” continua l’editoriale, sottolineando come i repubblicani, che controllano il Congresso finora, siano apparsi “più interessati a coprire Trump piuttosto che indagarlo“.

“Il Congresso deve avviare un’inchiesta sul ruolo di Trump nei crimini ammessi da Cohen. E’ ancora troppo presto per dire, dove queste inchieste potrebbero portare – aggiunge l’editoriale mettendo quindi il freno al dibattito sull’impeachment che questi nuovi sviluppi rilanceranno -, ma i legislatori non possono in buona coscienza ignorare un presunto partecipante ad un complotto alla Casa Bianca”.

Tanto più che, “in una straordinaria coincidenza”, sempre ieri è arrivata la condanna di Paul Manafort sempre per frode fiscale e bancaria. Anche se i reati contestati all’ex presidente della campagna elettorale di Trump non coinvolgono, a differenza della vicenda Cohen, la sentenza di Alexandria, che non era per nulla scontata visto che la giuria è stata riunita per giorni, chiedendo chiarimenti al giudice ed alla fine condannando il lobbista per 8 dei 18 capi d’accusa, conferma e rafforza la linea dell’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale per le interferenze russe nelle elezioni.

“Cohen e Manafort ora andranno in prigione”, conclude l’editoriale ricordando che si aspetta a breve la sentenza di un altro ex stretto collaboratore di Trump, l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn che si è dichiarato colpevole di aver mentito all’Fbi sui suoi contatti con funzionari russi.

Tornando alle accuse di Cohen, dal punto di vista legale, anche se l’avvocato è stato molto dettagliato nell’indicare il ruolo di Trump nel pagamento delle due donne, queste non possono avere nessuna diretta conseguenza per il presidente. Con due diverse memorie, nel 1973 e nel 2000, il dipartimento di Giustizia ha infatti stabilito che la Costituzione non permette nessuna incriminazione per un presidente in carica.

Questo lascerebbe spazio solo appunto all’inchiesta del Congresso, ed eventuale richiesta di impeachment, che rimangono un’ipotesi quanto mai improbabile se i repubblicani mantengono il controllo del Congresso. Ma invece potrebbero essere un’agenda cruciale dei democratici se riusciranno a prendere il controllo della Camera – che ha l’autorità costituzionale di avviare la messa in stato d’accusa del presidente, mentre al Senato spetta poi il processo – alle elezioni di midterm.

Finora i democratici sono apparsi divisi nel considerare la carta dell’impeachment come una saggia mossa elettorale, con alcuni che temono che possa essere controproducente. Ma ora, dopo le parole di Cohen, potrebbero rivedere questa posizione e costruire la campagna elettorale intorno alla promessa dell’impeachment.

“Siamo di fronte ad una situazione enorme: il presidente è stato direttamente implicato in un crimine federale non da un suo nemico, ma dal suo ex avvocato personale”, commenta Neal Katyal, ex avvocato dell’amministrazione Obama secondo il quale era dai tempi del Watergate che non eravamo in una situazione del genere.


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