Minervini: “Il mio doc per riflettere sul razzismo”  

Scritto da il 1 settembre 2018

Minervini: Il mio doc per riflettere sul razzismo

Pubblicato il: 02/09/2018 14:16

La mia speranza è che questo documentario susciti un dibattito necessario sulle attuali condizioni dei neri americani che, oggi più che mai, vedono intensificarsi i crimini motivati dall’odio e delle politiche discriminatorie e più in generale su tutte le discriminazioni”. Non fa giri di parole Roberto Minervini parlando di ‘What You Gonna Do When the World’s on Fire?’ (‘Che fare quando il mondo è in fiamme?’), il documentario da lui diretto che è il secondo titolo italiano a sfilare nel concorso principale della Mostra del Cinema di Venezia.

Il lavoro di Minervini, che dura 123 minuti ed è coprodotto da Rai Cinema, è frutto di 3 anni di lavoro e 150 ore di girato. Le riprese si sono svolte in gran parte nell’estate dello scorso anno, quando una serie di uccisioni di giovani afroamericani per mano della polizia ha scosso gli Stati Uniti. Minervini si è addentrato proprio in quel frangente in una delle comunità nere del Sud degli Usa ma anche tra le Black Panthers che stavano organizzano una ferma manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia.

Il film di Minervini, molto applaudito a Venezia, propone dura e attualissima riflessione sul concetto di razza in America e non solo. Non è la prima volta che il regista, che vive da molti anni in Texas, racconta gli Usa: “Ho raccontato storie del Sud americano che si sono svolte in forme inaspettate sotto i miei occhi. Ho documentato aree dell’America di oggi dove i semi della rabbia reazionaria e anti-istituzionale (cui il paese deve la presidenza di Donald Trump) erano già stati piantati, anche se solo pochi si erano presi la briga di accorgersene. Questa volta – sottolinea – ho voluto scavare ancora più a fondo nelle radici della disuguaglianza sociale nell’America di oggi, concentrandomi sulla condizione degli africani americani”.

Alcune delle riprese di Minervini sono dei veri e propri documenti esclusivi, come quelle delle Black Panthers, praticamente mai filmate prima così da vicino: “Siamo riusciti ad avere accesso – ammette il regista – a quartieri e comunità off-limits per i più. Mi sono presto reso conto che la maggior parte delle persone si sentiva molto coinvolta in due eventi drammatici della recente storia locale: l’uragano Katrina (2005) e l’uccisione di Alton Sterling per mano di due poliziotti (2016). Entrambi gli eventi erano stati una conseguenza diretta della negligenza istituzionale, del divario socioeconomico tra poveri e ricchi e del forte razzismo endemico. Mossa dalla collera e dalla paura, la gente cercava un’occasione per raccontare a voce alta le proprie storie”, aggiunge il regista 48enne originario di Fermo.

Il documentario, seppure mostri come le radici del razzismo affondino ben più indietro nel tempo, non è tenero con l’America di Trump. E il regista spiega perché: “Trump ha relativizzato sia il concetto di verità che quello di violenza e intolleranza. Io stesso, che vivo in Texas, ho subito un danneggiamento alla macchina per aver esibito un adesivo anti-Trump”, conclude.


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