Genova un mese dopo  

Scritto da il 13 settembre 2018

Genova un mese dopo

(Afp)

Pubblicato il: 14/09/2018 06:54

Un tendone al limitare della zona rossa di ponte Morandi: è qui che i cittadini di Certosa, famiglie sfollate ma anche amici e residenti delle zone vicine, si radunano ogni giorno da un mese, un punto di riferimento per tutti. Sempre qui il quartiere interrotto in attesa di un futuro si prepara a riunirsi questa mattina quando, allo scoccare delle 11.36 gli abitanti si raduneranno per osservare insieme il minuto di silenzio indetto a un mese esatto dal disastro, un momento di raccoglimento collettivo in onore delle vittime della tragedia del viadotto Polcevera, che lo scorso 14 agosto crollando ha trascinato con sé sotto le macerie 43 vite e cambiato per sempre la storia di Genova.

Oggi sarà il giorno del silenzio, l’unica voce sarà quella delle campane cittadine con i loro rintocchi e delle sirene del porto, che suoneranno in memoria delle vittime. Ma il quartiere, come sempre dal 14 agosto, è tutt’altro che silenzioso. Nel pomeriggio di ieri all’ora del caffè, preparato e distribuito dai volontari, erano circa una ventina gli abitanti – molti dei quali anziani – radunati tutti insieme al presidio della Protezione civile. In tanti presenti per scambiare informazioni, qualcuno con dei sacchetti di provviste, bevande, generi di conforto.

Intanto, seduti ai tavolini di plastica allestiti fin dai primi giorni della tragedia, al presidio della protezione civile c’è sempre chi parla, si confronta, si fa forza quando gli occhi si alzano e incrociano il Morandi, che è ancora lì a poche centinaia di metri e spunta tra gli alberi di via Fillak sopra i tetti delle case evacuate all’inizio dell’area interdetta.

“Viviamo qui da 10 anni – ha raccontato all’Adnkronos Giacinto Ursino, 72 anni seduto accanto alla moglie Giuseppina – ho ancora il mutuo e so solo che siamo fuori casa”. A un mese di distanza la paura è ancora grande. “E’ tutto come prima, ancora impauriti e in ansia – aggiunge sua moglie Giuseppina Vallone – andiamo avanti un po’ così, aspettiamo“. Il viadotto è ancora lì, come un fantasma mozzato e imponente: lo sguardo lo incrocia guardando dritto da sotto il tendone del presidio verso mare, e si interrompe solo spostando la vista verso destra, verso il Polcevera che da qui non appare nel campo visivo.

Sopra via Fillak è rimasto intatto, un miracolo che ha reso la situazione degli sfollati di Genova unica e diversa rispetto a quella dei protagonisti delle altre grandi tragedie italiane. Le case sono lì, intatte. Non sono le abitazioni distrutte delle immagini del terremoto, non ci sono i palazzi allagati come nelle alluvioni. Ma sono inavvicinabili. Dentro quelle case, la vita di oltre 560 persone si è fermata quel giorno, questo rende ancora più difficile accettare di non poter mai più tornare almeno un attimo, a recuperare i propri ricordi.

“Siamo andati a vedere alcune case che però erano un po’ in alto – racconta ancora Giuseppina – io non ce la faccio e allora ne vedremo altre. Mi auguro di poter rientrare, ma devono togliere il ponte da sopra le case. Abbiamo paura. Io ballavo quel giorno sul pianerottolo, tremava tutto. E’ meglio non pensarci”.

Giuseppina e Giacinto verranno qui, questa mattina alle 11. “Ci saremo per il minuto di silenzio, per i morti, perché loro hanno pagato con la vita – sottolinea – Noi grazie a Dio ancora la vita ce l’abbiamo ma abbiamo altri problemi”. Gli occhi si riempiono di lacrime se si pensa a quello che nelle case è rimasto. E forse non si potrà più recuperare.

“Abitavamo nel palazzo a fianco a quello sotto al ponte – racconta Giulia, (nome di fantasia), giovanissima, arrivando al presidio come una staffetta, con le bottiglie di ginger da offrire e un po’ di provviste -. Quel giorno non c’ero, ero in vacanza con mio papà e mio fratello. E’ corsa a casa la mamma, avevamo anche il cane solo a casa, è salita a prenderlo subito”. “Non si hanno certezze – aggiunge – ci facciamo forza a vicenda con i due presidi a Certosa e Sampierdarena, sono la nostra seconda casa, è come continuare a vivere nelle nostre case pur essendo fuori”.

In casa sua è rimasto qualcosa che è più di un ricordo. “E’ un muretto – ricorda -, io mio fratello gemello lo avevamo dipinto insieme a 2 anni, con le nostre manine colorate, è l’unica cosa che vorrei prendere e so già che non si potrà. Abbiamo pensato di fargli una foto e provare a riprodurlo, quando saremo nella casa nuova”.

Dal presidio gli sfollati e i volontari chiedono di mantenere il punto di raccolta e incontro sotto il tendone di fronte alla zona rossa. “Dovrebbero lasciarlo fino a che la stagione lo consentirà – aggiunge Luca Fava, membro del comitato sfollati – per i pranzi e le cene andremo in un circolo qui vicino, ma qua qualcuno c’è sempre. Poi ci sono i punti di ritrovo presso il club Amici di Certosa e il Romagnoli dove c’è un presidio psicologico per gli sfollati”.

“La situazione del quartiere è problematica – continua – perché di fatto la zona rossa taglia tutta la Val Polcevera, il ponte seppure non più integro costituisce una diga che separa la zona dal resto della città. Il quartiere cerca di sopravvivere, le iniziative sono abbastanza frequenti, i negozi hanno fatto proposte per non far morire il commercio, Certosa e Rivarolo cercano di andare avanti nonostante tutto. La volontà è forte. Venerdì (oggi, ndr.) Alle 11 ci troveremo tutti al presidio in via Fillak sotto il ponte di ferro in disuso e alle 11.36 ci sarà il minuto di silenzio: ci stringeremo tutti insieme e auspichiamo che non ci siano solo gli sfollati ma tutta la città per condividere in tanti questo momento”.


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