Petrolio continua a salire, altra mina su crescita 2019  

Scritto da il 8 ottobre 2018

Petrolio continua a salire, altra mina su crescita 2019

Pubblicato il: 09/10/2018 16:01

di Vittoria Vimercati

Non c’è solo lo spread con il suo impatto sulla spesa per interessi a minare la crescita del Paese. Il prezzo del greggio è la “variabile esogena” più pericolosa per la crescita del Pil italiano nel 2019, già minacciato da tassi di cambio sfavorevoli e dalla frenata del commercio mondiale.

E nella nota di aggiornamento al Def non si fa mistero di questi rischi, né del “quadro macroeconomico meno favorevole” rispetto alla prima stesura: nello scenario base, quando secondo le stime del Governo il Pil crescerà dell’1,5% nel 2019, il greggio è dato a 73,8 dollari al barile. Il problema è che, al momento, le quotazioni sono già dieci dollari più elevate: un barile di Brent vale quasi 85 dollari, un valore ai massimi da quattro anni e cresciuto molto rapidamente negli ultimi mesi. Nel Def, è ipotizzato anche uno scenario peggiore, con quotazioni fino a circa 89 dollari al barile: in questo caso, l’impatto sul Pil sarebbe di circa 0,2 punti percentuali nel 2019. Se il petrolio raggiungesse i 100 dollari, l’effetto di riduzione sul Pil sarebbe quindi all’incirca di 0,4-0,5 punti percentuali e vanificherebbe in parte gli effetti dell’aumento del deficit immaginati dall’Esecutivo.

Secondo Massimo Siano, analista di commodity e materie prime di Wisdom Tree, “è assolutamente verosimile” per il prossimo anno uno scenario di greggio a 100 dollari al barile. E questo perché, “gli Stati Uniti sono alla loro massima occupazione, e così la Germania e la Gran Bretagna. Usa, Cina ed Europa continuano a crescere e a consumare energia, quindi non vedo probabile un’inversione di tendenza della domanda di greggio”, spiega all’Adnkronos.

In più, “i Paesi arabi e la Russia non hanno alcun interesse ad aumentare la produzione per far scendere i prezzi”. E’ dello stesso avviso un altro massimo esperto di questioni energetiche, Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Il petrolio a 100 dollari al barile “non è da escludere: è uno scenario pessimistico, ma è possibile”.

Secondo le stime del professore dell’Università di Bologna, l’impatto di simili prezzi potrebbe costare 0,7 punti percentuali al Pil del 2019, con un aumento del deficit energetico, cioè della spesa per importare energia, di circa 15 miliardi di euro. Lo scenario base, in realtà, vede un prezzo medio del greggio nel 2019 a 82 dollari al barile, “ma sono numeri cauti, tranquilli, che non tengono conto delle criticità crescenti del mercato dell’energia”.

Solo ad ottobre, le pressioni al rialzo scatenate dall’incombere delle sanzioni all’Iran, dal prossimo 5 novembre, hanno portato il Brent a 84 -85 dollari al barile, ai massimi da quattro anni.

Con le sanzioni degli Stati Uniti allo stato del Medio Oriente, “verranno meno sul mercato tra un milione e un milione e mezzo di barili al giorno, soprattutto verso fine anno quando c’è un picco della domanda stagionale. Rispetto al 2014, abbiamo 8 milioni di barili in più al giorno di domanda petrolifera, due volte quello che producono l’Iraq e l’Iran. La condizione della domanda è molto solida e non c’è altrettanta capacità produttiva”, precisa ancora Tabarelli.

L’Italia non determina in alcun modo il prezzo del greggio ma è molto sensibile alle sue variazioni in quanto importatore netto. “Siamo il Paese che insieme al Giappone più dipende dalle importazioni di energia all’interno dell’Ocse”. Importazioni che, ricorda Tabarelli, “contano per il 76% dei nostri consumi finali. Importiamo il 92% gas che consumiamo e il 91% del petrolio che consumiamo. Dieci dollari in più del prezzo del barile si traducono in circa 5 miliardi in più deficit energetico e arrivare a 100 dollari al barile ci costerebbe almeno mezzo punto di pil”.

Con le sue misure, tra cui reddito e pensioni di cittadinanza, il Governo vuole provare ad aumentare i consumi delle famiglie. “Se ci saranno più soldi in circolazione, la speranza è che si consumi di più in beni e prodotti italiani, ma se parte dei consumi andrà in petrolio e in altre materie prime, tra bollette e benzina, l’effetto sarà nullo”, sottolinea ancora Siano. “Una manovra che prevede un aumento del deficit sarebbe più efficace se diminuisse il prezzo delle materie prime”.

Ma questo non sembra lo scenario all’orizzonte. I costi più alti del petrolio determinano un aumento dell’inflazione e diminuiscono il potere d’acquisto delle famiglie. “Già quest’anno, i prezzi di gasolio e benzina sono aumentati di 10 centesimi al litro, che corrispondono complessivamente a 4 miliardi di euro di euro di risorse che dalle tasche degli italiani si spostano all’estero”.

Nel 2018, la stima di Nomisma Energia sul deficit energetico dell’Italia rispetto al Pil è del 2,6%, per il 2019 del 3% con il petrolio a 100 dollari. E questa “è tutta ricchezza trasferita all’estero e tolta alla crescita interna”.


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