Spina bifida corretta in utero, intervento record a Milano  

Scritto da il 17 ottobre 2018

Spina bifida corretta in utero, intervento record a Milano

Il team del San Raffaele di Milano che ha eseguito l’intervento di correzione della spina bifida in utero

Pubblicato il: 18/10/2018 11:15

La diagnosi era arrivata alla 19esima settimana di gravidanza, con tutta la forza delle immagini ecografiche e di risonanza magnetica: spina bifida, due parole che segnano il destino di un bambino, prima ancora che venga al mondo. Un destino che si gioca in uno spazio microscopico, quello che impedisce a una o più vertebre di chiudersi. Ed è in quello spazio che è intervenuto, nel calore del grembo materno, il bisturi di due team di specialisti dell’ospedale San Raffaele di Milano, autori di un intervento di correzione completa neurochirurgica della spina bifida in utero con una tecnica, precisano dalla struttura, “mai utilizzata prima in Europa“.

L’approccio innovativo, spiegano gli esperti, “permette la riparazione definitiva del difetto dorsale congenito fetale, con un impatto minimo a livello uterino e quindi rischi ridotti per la mamma e la prosecuzione della gravidanza”. La madre, una donna italiana, “sta bene”, riferiscono i medici, ed è stata dimessa dopo 5 giorni. Le équipe di ginecologi e neurochirughi dell’Irccs del Gruppo ospedaliero San Donato – coordinate da Massimo Candiani, primario di Ginecologia e Ostetricia, e da Pietro Mortini, primario di Neurochirurgia – sono entrate in azione alla 22esima settimana di gestazione. L’operazione, durata poco più di 2 ore, è stata condotta con una tecnica a ridotta invasività. Obiettivo: minimizzare la possibilità di traumi all’utero e garantire un’esposizione minima del feto, rimasto costantemente protetto dal calore di mamma. La donna sarà ora costantemente seguita e monitorata fino al momento del parto che “auspicabilmente potrebbe avvenire intorno alla 38esima settimana”, dicono dall’ospedale.

Gli specialisti, entrando nel sacco amniotico attraverso un’unica e piccola incisione dell’utero, hanno esposto il dorso fetale con la malformazione ed eseguito la correzione totale, riparando con avanzati strumenti di micro-neurochirurgia le strutture anatomiche che non si erano congiunte a causa del difetto congenito. “Questo eccezionale intervento è un traguardo importante nel campo della terapia fetale, perché permette migliori opportunità di cura rispetto ai risultati che oggi si possono ottenere con le terapie effettuate in epoca neonatale – sottolinea Candiani – Questa scelta terapeutica, non sperimentale e supportata da solide basi scientifiche, è un’opzione importante per le donne gravide a cui è stata diagnosticata tale malformazione fetale”.

La spina bifida è un difetto congenito, per alcune anomalie di sviluppo, che in genere occorrono nelle prime 8-10 settimane di gestazione (fattori genetici, carenza di acido folico), la parte posteriore del canale neurale da cui si sviluppano il midollo spinale, le meningi spinali e le vertebre non riesce a chiudersi. Il difetto può essere di pochi centimetri o interessare una vasta porzione della colonna vertebrale. Questa patologia comporta disabilità motorie e funzionali come la perdita della mobilità degli arti inferiori, la difficoltà nel controllo degli sfinteri e altre complicazioni neurologiche.

“Le evidenze scientifiche internazionali – chiarisce Mortini – dimostrano che i bambini con spina bifida operati in utero hanno meno conseguenze neurologiche dopo la nascita e maggiori possibilità di recupero rispetto a quelli operati da neonati. Il processo di riparazione prosegue infatti nelle settimane di gravidanza successive all’intervento portando verso la normalità le strutture e le funzioni neurologiche del feto”. In sala operatoria erano presenti ostetrici-ginecologi, neurochirurghi, anestesisti, infermieri e ostetriche specializzati.

Anche un ospite internazionale ha voluto assistere alla ‘prima’ del San Raffaele: Fabio Andrioli Peralta, ostetrico ginecologo ed esperto in chirurgia fetale di San Paolo (Brasile), che ha sviluppato la tecnica già utilizzata su oltre 200 pazienti. “Questo emozionante risultato, raggiunto dopo anni di formazione – concludono i due primari dell’Irccs di via Olgettina – è stato possibile solo grazie al lavoro di squadra, alle prestigiose collaborazioni internazionali e alla sinergia tra colleghi di diverse discipline”.


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