Il premier blinda la manovra  

Scritto da il 18 ottobre 2018

Il premier blinda la manovra

Immagine di repertorio (Fotogramma)

Pubblicato il: 19/10/2018 21:23

“Non c’è motivo di cambiare” la manovra economica. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, prima di incontrare il premier cinese Li Keqiang a margine del vertice Asem a Bruxelles, tiene la posizione sulla manovra, dopo la lettera della Commissione Europea al ministro dell’Economia Giovanni Tria. Per Conte, il dialogo con la Commissione Europea è appena cominciato: “Iniziamo, ci sediamo intorno a un tavolo con la Commissione” e discutiamo.

“E’ importante sedersi intorno ad un tavolo e confrontarsi – aggiunge – ma sono cose che non è che si affrontano in un’intervista: ci si siede intorno a un tavolo con i numeri davanti e si spiegano”. La lettera del commissario Pierre Moscovici e del vicepresidente Valdis Dombrovskis, che “qualcuno ha giudicato come una definitiva bocciatura”, per Conte “in realtà è l’inizio di un percorso”. “Noi risponderemo lunedì; loro delibereranno successivamente e ci confronteremo”.

E’ probabile che ci sia un passaggio politico nel collegio dei commissari martedì prossimo, 23 ottobre, a Strasburgo, dove la Commissione si riunisce nelle settimane in cui c’è plenaria del Parlamento Europeo. Conte, comunque, tiene il punto: “Offriamo la manovra economica”, risponde a chi gli chiede che cosa possa offrire alla Commissione. Il governo italiano replicherà alla lettera a stretto giro, entro i termini fissati, cioè entro lunedì prossimo.

La linea del governo Lega-M5S traspare anche dalle parole che il premier ha pronunciato durante il vertice Asem: “Esprimere una governance – ha detto – significa evitare di affidarsi esclusivamente al primato dell’economia, che in uno spazio globale tende a tiranneggiare, e assumersi la responsabilità della politica, che sola può esprimere unità di indirizzo, e rivendicare spazio al diritto, che solo può esprimere coordinamento di discipline”. Primato della politica sull’economia, insomma.

Conte a Bruxelles ha tenuto la posizione, malgrado le tensioni nella maggioranza e nonostante le critiche piovute addosso all’Italia, oltre che dalla Commissione, da molti altri Stati membri. Se la cancelliera tedesca Angela Merkel è andata lieve, dicendo che l’Italia deve parlare di queste cose con la Commissione, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, un popolare che governa con l’estrema destra dell’Fpoe, ha detto chiaro e tondo quello che pensano in molti: l’Ue “non è disposta a correre rischi per conto dell’Italia” che, violando le regole, mette “in pericolo” se stessa e gli altri membri dell’Eurozona.

In poche parole, l’Austria non è disposta a svenarsi per venire in soccorso dell’Italia, se le cose dovessero andare male. Per come è formulata la lettera consegnata ieri al ministro dell’Economia Giovanni Tria dal commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari Pierre Moscovici, appare piuttosto chiaro che la Commissione Europea, se la manovra non verrà cambiata (e il premier Giuseppe Conte ha detto altrettanto chiaramente che margini per cambiarla non ce ne sono), difficilmente potrà evitare di chiedere al governo italiano, entro fine mese, un nuovo documento programmatico di bilancio.

La richiesta a stretto giro di una nuova manovra ad uno Stato membro è una cosa che non è mai successa finora, anche se questo è un dato relativo perché, come ha spiegato Roberto Gualtieri, presidente della commissione Econ dell’Europarlamento, non è mai accaduta prima semplicemente perché “nessun Paese è entrato in procedura dopo il Two Pack”. Nella lettera, Moscovici e Dombrovskis notano anzitutto che il Dpb italiano “prevede un’espansione di bilancio pari a quasi l’1% del Pil, mentre il Consiglio ha raccomandato un aggiustamento fiscale, e la magnitudo della deviazione (un ammanco pari a circa l’1,5% del Pil) non hanno precedenti nella storia del patto di stabilità”.

Quanto all’obiettivo di riduzione del debito, i commissari notano che, anche se “l’Italia non ha rispettato l’obiettivo di riduzione del debito in passato”, quando la Commissione ha preparato i rapporti a norma dell’articolo 126 (3) del Tfeu, “il rispetto del braccio preventivo del patto di stabilità è stato un fattore rilevante di importanza chiave” nel decidere di non avviare una procedura. Pertanto, avvertono, “le conclusioni del rapporto sul debito potrebbero essere riviste, se la ‘broad compliance’, il rispetto complessivo delle regole”, non c’è più, “alla luce della programmata deviazione significativa”.

Infine, Dombrovskis e Moscovici sottolineano che le previsioni macroeconomiche che sottendono il Dpb italiano “non sono state sottoscritte dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio”. Questi tre fattori, la deviazione dai target, il connesso mancato rispetto della regola del debito e la mancata validazione delle previsioni macroeconomiche, “sembrerebbero indicare un ‘mancato rispetto particolarmente serio degli obblighi della politica di bilancio ai sensi del patto di stabilità'”.

E’ una citazione letterale dall’articolo 7 comma 2 del regolamento 473/2013, il quale appunto prevede la possibilità, entro due settimane dalla presentazione del Dpb, che la Commissione chieda allo Stato membro di presentare, entro tre settimane, un nuovo Dpb, che poi la Commissione dovrà esaminare entro ulteriori tre settimane. Giuseppe Conte, a Bruxelles, ha dichiarato che la manovra è “molto bella” e che non ci sono “margini per un cambiamento”. Ma ha anche spiegato che guarda lo spread Btp-Bund “con molta attenzione” e ha detto che confida di riuscire a “scongiurare” una “valutazione negativa” del nostro merito di credito da parte delle principali agenzie di rating, che dovrebbero pronunciarsi entro fine mese.

Dalle parole di Conte traspare la volontà del governo di negoziare con la Commissione: “Potrò spiegare”, ha detto, che la deviazione prevista dalla manovra economica “non è così grave, rispetto a quella che è la manovra che si aspettavano. La deviazione è dello 0,4%, in realtà, non, come scrivono loro” nella lettera consegnata ieri, “dell’1,5%” del Pil. Potrebbe non esserci il tempo, se la Commissione decidesse di chiedere una manovra rivista, cosa che appare probabile, se non il governo non darà segnali di voler apportare modifiche al bilancio. E’ vero tuttavia che il governo potrebbe presentare una manovra simile, se non invariata.

La vera sfida per l’esecutivo resta quella con i mercati finanziari, più di quella con la Commissione, le cui eventuali conseguenze pratiche sono di là da venire nel tempo. I mercati, in genere, reagiscono più rapidamente: non è un caso che, se Matteo Salvini e Luigi Di Maio non lesinano critiche alla Commissione, quando parlano dei mercati usino toni diversi. L’economia, o meglio la finanza, sta facendo sfoggio della sua tendenza a “tiranneggiare”: lo spread Btp-Bund oggi a metà giornata viaggiava sui 330 punti (poi ha ritracciato) e si sta assottigliando sempre di più anche il differenziale dei rendimenti tra il decennale italiano e quello greco, ormai inferiore al punto percentuale (Atene pagava il 4,49%, noi il 3,71%, poco prima delle 13).

Se si guardano i rendimenti, meno ingannevoli dello spread che è un differenziale e quindi risente anche delle variazioni del rendimento del Bund, il decennale italiano ha toccato i massimi dal gennaio 2014. Le due ‘sfide’, quella con la Commissione e quella con l’Ue, sono intrinsecamente legate, dato che, spiega la capo economista per l’Italia di Unicredit Research, Loredana Federico, “lo scambio di opinioni (se non un confronto vero e proprio) tra il governo e la Commissione Europea, come pure la reazione da parte delle agenzie di rating (alcune delle quali entro fine ottobre potrebbero tagliare il merito di credito dell’Italia, ndr) saranno esaminate attentamente da parte dei mercati nei prossimi giorni e nelle prossime settimane”.

Gli effetti sui mercati del confronto con Bruxelles sono già ben visibili: il Ftse Mib, l’indice guida della Borsa di Milano, oggi è crollato sotto i 19mila punti, poi ha recuperato, chiudendo in calo frazionale. Come in un remake del 2011, anche se la temperatura non è ancora a quei livelli, le vendite colpiscono le banche. Il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato, con il relativo deprezzamento dei bond (prezzo e rendimento hanno una relazione inversa), costituisce un rischio per le banche, che detengono grandi quantità di titoli di Stato per ragioni regolamentari. Banche che devono svalutare a cadenze regolari i titoli di Stato, cosa che a sua volta erode i coefficienti patrimoniali.

Se la situazione sui mercati dovesse sfuggire di mano, con un downgrade del nostro rating, le vendite che ne seguirebbero e il probabile arrivo degli hedge ad amplificare i movimenti con gli short (le vendite allo scoperto), potrebbero rendersi necessarie ricapitalizzazioni per un sistema bancario, quello italiano, che è già reduce da una lunga e travagliata stagione di aumenti di capitale. Si tratta solo, per ora, di scenari ipotetici, ma, pur ricordando i casi Parmalat, Enron, Lehman e quant’altro, in cui le agenzie di rating non hanno brillato per capacità previsiva, le loro decisioni hanno ripercussioni molto concrete, anche sulle banche, che custodiscono e gestiscono il risparmio degli italiani.

L’Italia resta stabilmente tra i fattori che pesano in negativo sui mercati europei: gli analisti di London Capital Group, un broker britannico, osservano che oggi “l’euro quota intorno ai minimi a un mese nel cambio con il dollaro, mentre i piani di spesa dell’Italia sono ancora una volta sotto i riflettori”. Le critiche della Commissione “hanno aumentato la probabilità di uno showdown tra Roma e Bruxelles, cosa che innervosisce gli investitori. Tuttavia, Bruxelles ha poteri limitati in questa situazione, che non ha precedenti, cosa che ne rende l’esito quanto mai incerto”.

Un altro discorso è quello che riguarda la critica alle regole di bilancio Ue, focalizzate sul concetto di disavanzo strutturale e di Pil potenziale, sul calcolo dei quali le opinioni degli economisti registrano notevoli divergenze: “Il Pil potenziale – osserva Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos nella sua newsletter settimanale ‘Il Rosso e il Nero’ – quello che si otterrebbe con l’utilizzo pieno ma non inflazionistico dei fattori (uomini, macchine, tecniche) è̀ come la felicità̀ potenziale. Che vi sia, come diceva Metastasio, ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”.

“Il problema – spiega ancora Fugnoli – è che la modellizzazione crescente dell’analisi economica ha portato a una proliferazione di entità soprannaturali che crediamo (o facciamo finta di credere) che esistano ma che nessuno vedrà̀ mai in faccia. E queste entità̀ degne dell’angelologia iranica e gnostica governano i modelli econometrici, le scelte di policy e, alla fine, le nostre vite”. E’ con questa tendenza dell’economia a governare le scelte politiche, o a “tiranneggiarle”, per citare Conte, che il governo Lega-M5S si sta scontrando in questi giorni.


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