La ‘vie en rose’ del Mario Negri, due scienziate al top  

Scritto da il 29 ottobre 2018

La 'vie en rose' del Mario Negri, due scienziate al top

Nella foto Giuseppe Remuzzi, Raffaella Giavazzi e Ariela Benigni (Istituto Mario Negri)

Pubblicato il: 30/10/2018 16:54

“Avere figli e conciliare la famiglia con un lavoro a tempo pieno e totalizzante, che ti spinge a pensare al prossimo esperimento persino al supermercato mentre fai la spesa? Si può”. Come “si può e si deve essere libere di scegliere. Scegliere una carriera scientifica ed essere supportate mentre si percorre questa strada”, spesso con la valigia in mano. “E si può raggiungere il vertice, interpretando questo ruolo con le caratteristiche proprie di un animo femminile”. E’ la testimonianza di Raffaella Giavazzi e Ariela Benigni, scienziate al top. Nelle loro mani, da settembre, la guida della Ricerca dell’Istituto Mario Negri.

E’ una delle scelte che segnano il nuovo corso con Giuseppe Remuzzi alla direzione dell’Irccs: due incarichi tutti al femminile. Lo scienziato – che ha raccolto il testimone da Silvio Garattini, passato alla presidenza dell’Istituto – ha nominato Giavazzi nel ruolo di Coordinatore delle ricerche della sede di Milano e Benigni come Coordinatore delle ricerche della sede di Bergamo e Ranica. Entrambe bergamasche, pur con percorsi diversi hanno raggiunto la cima della piramide dirigenziale più o meno alla stessa età, dopo i 60 anni. Il laboratorio è stato la loro casa per decenni. Alle spalle hanno una lunga carriera scientifica, cominciata da giovanissime e passata per esperienze all’estero.

Le due scienziate si raccontano all’AdnKronos Salute. Sono impegnate in aree di ricerca diverse. L’interesse di Raffaella Giavazzi è rivolto alla biologia e alla farmacologia dei tumori, in particolare allo studio dei meccanismi che regolano il processo di formazione e diffusione delle metastasi a distanza dal tumore primario. Da tempo si dedica all’identificazione di farmaci antitumorali convenzionali e innovativi e alla valutazione comparativa della loro efficacia anche quando vengono usati in associazione. Benigni si occupa da sempre dei meccanismi che sono alla base dell’insorgenza delle malattie renali, del perché queste progrediscono verso la necessità di dialisi e trapianto e di come arrestare la loro progressione. Si occupa anche di medicina rigenerativa con un’attenzione particolare alle cellule staminali e alla loro capacità di riparare organi danneggiati. Più recentemente si è concentrata anche sul tema dell’invecchiamento e di come ridurne le conseguenze su organi quali il cuore e il rene.

Fra i punti che accomunano le due ricercatrici ci sono anche una laurea in Scienze biologiche all’università degli Studi di Milano e incarichi importanti ricoperti in ambito internazionale. Giavazzi e Benigni figurano nel gruppo delle ‘Top Italian Women Scientists’ che comprende le scienziate con pubblicazioni ad alto impatto e nel 2016 sono state inserite nel sito www.100esperte.it, una banca dati online – promossa da Osservatorio di Pavia e Associazione Giulia – che raccoglie 100 nomi di studiose al top in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), settori in cui storicamente il genere femminile è sotto-rappresentato. Eppure nelle aule universitarie e nei laboratori il rosa è il colore dominante.

“Guardando al quadro generale – riflette Giavazzi – col nuovo secolo le donne ai vertici nella scienza non sono così rare, ma restano poche, tant’è vero che fanno notizia. E’ così in Italia, ma anche in altre realtà come Usa ed Europa, seppur in misura minore”. Oggi, aggiunge Benigni, “il Mario Negri si avvicina alla media del Vecchio Continente, che vede un 20-25% dei ruoli apicali affidati alle donne”. Anche nell’Istituto, alla base “le ricercatrici arrivano più o meno a quota 60%; fra i capi di laboratorio o unità siamo al 40% circa, sia a Milano che a Bergamo. Salendo verso i vertici il numero si riduce. Ma ci sono alcuni centri che sono ancora più lontani da queste percentuali”.

QUEL ‘SOFFITTO DI VETRO’ CHE BLOCCA LE DONNE – In generale, il problema è noto e Giavazzi prova ad analizzarne le dinamiche: “E’ qualcosa che comincia già a livello di formazione. Fin dalle scuole elementari resiste un po’ l’idea che le ragazze siano più portate per le materie umanistiche, ma non è così. C’è un errore alla base, nel dare già una direzione piuttosto che un’altra. Su questo fronte bisogna lavorare”. Poi più avanti c’è talvolta “anche il timore legato alla gestione della famiglia e quello di non riuscire a competere con gli uomini. Se dovessi dire a una giovane ricercatrice cosa fare, le suggerirei invece proprio di affermare il valore della maternità, facendosi aiutare anche dal proprio partner, e di avere maggiore autostima e consapevolezza del fatto che alcune caratteristiche femminili come l’intuito, la flessibilità, la determinazione e l’ironia possono fare la differenza”.

Anche ad alti livelli, suggerisce Giavazzi, “non dobbiamo cercare di imitare gli uomini, ma fare quello che abbiamo in mente, secondo la nostra sensibilità”. Trovare una ‘via in rosa’. Per Benigni “le donne sono portate per la ricerca. Sanno impegnarsi e dedicarsi, hanno voglia di studiare ed essere al passo e si adeguano bene a un lavoro multitasking nel quale si passa dal laboratorio ai libri, dall’attività di mentoring a quella di relatore. C’è forse poca consapevolezza sul fatto che possiamo avere un lavoro impegnativo e al tempo stesso una famiglia, forse per il retaggio che le questioni” che riguardano il ‘focolare’ “debbano gravare sulle nostre spalle. Spesso c’è la paura di fare il salto” verso un ruolo apicale, “perché si trascurerebbero questi aspetti”.

Benigni spiega di voler “essere un ‘monito’ per le ragazze che si lasciano frenare: non è facile, ma è fattibile. Io ho due figli, di 30 e 32 anni. Non sono stata la mamma che andava a prenderli ogni giorno a scuola, ma sono cresciuti bene e autonomi. E il tempo che si spende in famiglia, sebbene minore, è di qualità, proprio perché si trascorre con la serenità che può dare l’essere realizzati in un lavoro che appassiona”. Nel nuovo ruolo Giavazzi vuole “aiutare le donne ad affermarsi”, oltre a “lavorare tanto per la formazione” di ragazze e ragazzi. “Ho avuto fortuna nella mia vita: tutto quello che ho fatto sono stata libera di sceglierlo. Volevo andare negli Usa e dopo la laurea ho vinto una borsa di studio e sono partita”, racconta.

Due anni al National Cancer Institute (dei National Institutes of Health, Nih), poi un posto da professore assistente all’università del Texas, Md Anderson Cancer Center. Tutto entro i 30 anni. Fino al dilemma: tornare o restare? Giavazzi stava già cominciando le procedure per la ‘carta verde’. “Ma ho scelto l’Italia, pur mantenendo contatti con gli Usa”. A spingerla “i motivi personali, ma anche la nostra cultura e non da ultimo il fatto che mi abbiano offerto un posto vero al Mario Negri e l’opportunità di mettere in piedi un mio laboratorio e continuare la ricerca che stavo facendo”.

“Non mi sono pentita – aggiunge Giavazzi – Potevo andare a lavorare a Londra, dove sono stata per un periodo, o altrove. Ma ho scelto più e più volte di rimanere in Italia e, anche con le difficoltà soprattutto economiche che si incontrano nel nostro Paese, da quello che ho seminato sono riuscita a raccogliere i frutti”. Come donna, ragiona, “non ho sofferto tanto. Forse ho avuto qualche svantaggio rispetto all’avanzamento di carriera fatto agli uomini, ho dovuto trovare qualche compromesso con la vita familiare, ma sono stata supportata a livello privato e sul lavoro dai miei ‘mentori’ (si è laureata con l’immunologo Alberto Mantovani e poi si è formata con Isaiah Fidler, pioniere degli studi sulla metastatizzazione dei tumori, ndr)”.

Come Giavazzi, anche Benigni è ‘cresciuta’ con il Mario Negri. Fin dagli esordi l’Istituto è stato nel suo destino. Per lei una parentesi con l’insegnamento, poi il “grande amore” per il laboratorio, le esperienze all’estero da Maastricht a Strasburgo (dove è arrivata grazie a una borsa europea). Fino alla “grande opportunità di partecipare a 27 anni a un’avventura appassionante com’è l’avvio di un Istituto (il Mario Negri di Bergamo), in tempi in cui la ricerca in Italia era considerata poco”. Poi è arrivato il Centro dedicato alle malattie rare a Ranica e la possibilità di toccare con mano “il significato più profondo di ricerca traslazionale“, in entrambe le direzioni di marcia, “dal letto del paziente al bancone del laboratorio per poi tornare nuovamente al malato”.

Giavazzi e Benigni hanno le stesse idee su come portare avanti i loro incarichi. A cominciare, dicono, “dal favorire l’interazione tra i laboratori e i dipartimenti, la condivisione di conoscenze, risultati e tecnologie. Non solo all’interno dell’Istituto, ma anche al di fuori, e all’estero”. Fino all’impegno per i giovani, vissuto da entrambe come “una delle missioni più importanti”. “Viviamo – chiosa Benigni – in un momento difficile per il nostro Paese, la ricerca ha bisogno di stabilità e certezze che oggi non abbiamo. C’è poca attenzione per i giovani ricercatori al punto che molti di loro, troppi, scelgono di andare all’estero e quelli che tornano sono pochissimi. Sono certa che l’entusiasmo e la voglia di fare che ha sempre caratterizzato i ricercatori del Mario Negri ci aiuteranno a superare le difficoltà e a preparare un futuro sereno per la ricerca in Italia”.


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