Le grane di Raggi  

Scritto da il 9 novembre 2018

Le grane di Raggi

(Fotogramma)

Pubblicato il: 10/11/2018 11:48

Dalla sua elezione in Campidoglio come sindaca della Capitale, le grane giudiziarie per Virginia Raggi arrivano sempre dai suoi ‘uomini forti’, quelli sin dall’inizio a lei più vicini: il ‘consigliere’ Salvatore Romeo e l’ex braccio destro Raffaele Marra. Quest’ultimo le viene suggerito da Pieremilio Sammarco, presso il cui studio legale Raggi aveva svolto il praticantato come avvocato e che aveva difeso tra gli altri Cesare Previti in diversi processi.

Proprio nella veste di avvocato, quando però è già consigliera capitolina, Raggi viene indagata per falso ideologico in merito ad una presunta omessa dichiarazione di incarichi e compensi relativi a una consulenza presso la Asl di Civitavecchia nel 2014. Il procedimento viene archiviato nel settembre 2016 dal gip Nicola Di Grazia che accoglie le richieste del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Francesco Dall’Olio che giudicano plausibili le dichiarazioni con cui la Raggi si difende pur riconoscendo però che esisteva un obbligo di dichiarazione. Sarà la prima di una lunga serie di archiviazioni.

L’ATTACCO AL PD – Siamo ancora nel 2016, in pieno scontro politico in Campidoglio, quando la sindaca lancia un attacco al Pd dal suo profilo Facebook. “Affari con la mafia? Mica siamo il Pd” scrive Raggi che viene querelata dal Partito Democratico. Accusata di diffamazione, anche questa volta scatta l’archiviazione: a chiederla è lo stesso procuratore aggiunto Paolo Ielo secondo cui le parole espresse dalla sindaca “non costituiscono reato trattandosi di una forma di manifestazione dell’esercizio della critica”. Il gip Fabio Mostarda accoglie la richiesta e a distanza di un anno si chiude la vicenda.

CASO POLIZZE – Fra rimpasti di giunta e guerre intestine nel M5S, nel 2017 scoppia però la bufera. A gennaio si scopre che la sindaca è indagata dalla procura di Roma nell’inchiesta relativa alla nomina a capo del Dipartimento turismo del Campidoglio di Renato Marra, fratello di Raffaele. L’accusa per la prima cittadina è di abuso d’ufficio e falso: dopo la chiusura indagini resta solo la seconda accusa mentre viene chiesta l’archiviazione per quella di abuso. In questo frangente si viene a sapere che i pm capitolini indagano anche su Salvatore Romeo: al vaglio dei pm capitolini c’è la situazione finanziaria del capo segreteria di Raggi e viene alla luce una polizza vita da 30mila euro fatta da Romeo a gennaio 2016, sei mesi prima delle elezioni comunali, che ha come beneficiario proprio Raggi.

A insospettire gli inquirenti è in particolare la promozione di Romeo che da funzionario comunale diventa capo segreteria vedendosi triplicare lo stipendio (da 39mila a 120mila euro l’anno): per questo Raggi viene accusata di abuso d’ufficio e Romeo, fra le polemiche nel M5S e l’arresto di Raffaele Marra, si dimette.

La prima cittadina viene interrogata in procura e si difende dicendo di non aver mai saputo nulla delle polizze accese nel gennaio 2016 da Romeo e intestate a lei prima che si candidasse e fosse eletta sindaca in Campidoglio. Dopo averla ascoltata, i pm decidono di procedere solo per falso documentale riguardo alla promozione di Renato Marra ai vertici dell’assessorato al turismo. Linea accolta dal Tribunale che non ravvisa alcun reato sulla vicenda delle polizze stipulate da Romeo a beneficio della Raggi.

LA NOMINA DI RENATO MARRA – Ad andare avanti però è il processo che vede la sindaca imputata per falso in merito alla nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo del Campidoglio. Sotto i fari della Procura c’è la procedura di interpello per l’affidamento degli incarichi dirigenziali in Campidoglio che alla fine portò alla nota dell’Anac e alla lettera che ricevette la responsabile capitolina prevenzione della Corruzione, Mariarosa Turchi.

Per l’accusa Raffaele Marra avrebbe partecipato in modo attivo, con un ruolo sostanziale nelle nomine dei dirigenti capitolini, e in particolare su quella del fratello. La sindaca dal canto suo si è difesa dicendo che la funzione di Marra fu di “mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie di valutazioni e decisionali”.

Tesi che non convince i pm secondo cui “Marra ci ha messo la manina ma la sindaca sapeva” e avrebbe detto il falso per due motivi: da un lato proteggere “l’uomo-macchina” del Campidoglio e dall’altro per non rischiare di ritrovarsi indagata e doversi quindi dimettere secondo le regole del codice etico M5S in vigore nel 2016. Per questo il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto procuratore Francesco Dall’Olio chiedono una condanna a 10 mesi per la sindaca Raggi, accusata di falso.


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