Musica: il jazz incontra il mondo arabo, è l’alchimia degli A.T.A.  

Scritto da il 14 novembre 2018

Il jazz incontra il mondo arabo, è l'alchimia degli A.T.A.

Pubblicato il: 15/11/2018 21:32

(di Veronica Marino) L’Occidente e il mondo arabo si incontrano negli spazi di un pentagramma fluido, dialogano costruendo un linguaggio nuovo, una fusione nella quale non c’è una identità da difendere ma l’espansione delle possibilità sonore e dell’incontro musicale e umano. Un incontro che ha un nome: A.T.A. Acoustic Tarab Alchemy, il quartetto nato da un’idea del cantante sufi Houcine Ataa e del percussionista Simone Pulvano che hanno voluto indagare le potenzialità della commistione fra musica araba e musica jazz europea insieme al contrabbassista Bruno Zoia e alla pianista jazz Gaia Possenti.

Lo stesso nome, A.T.A.,è stato scelto dal gruppo per il primo progetto discografico, su etichetta Odradek, che venerdì prossimo, 23 novembre, sarà presentato live all’Auditorium Parco della Musica di Roma (Teatro Studio Borgna) alle 21. Acoustic Tarab Alchemy non è solo l’acronimo che risuona nel cognome del cantante Houcine, ma è anche evocativo della “fusione, dell’alchimia di generi diversi, di esperienze musicali diverse nel nome del Tarab, l’estasi artistica, il sentimento che il cantante arabo suscita in chi lo ascolta, il sublime della musica nel mondo arabo”, spiega Pulvano. Una fusione che ha comportato un impegno notevole, “mesi di incontri settimanali con gomma e matita, continue cancellature quasi fino allo sfinimento”, racconta Gaia Possenti.

“All’inizio io ero persa – sorride la pianista – Non c’era uno spartito, dovevo capire cosa suonare ad orecchio ed immediatamente. Così ho chiesto a Houcine di mandarmi dei files audio anche registrati col telefonino per memorizzare le melodie che lui cantava. E arrivarono sul mio smartphone delle scritte in arabo e dei canti intonati in lingua araba. Decisi allora di trascrivere fonema per fonema il testo: quella era la parte principale. Se poi melodizzava, io ci facevo una piccola curva sopra, che seguiva la melodia: l’etnomusicologia studiata all’università mi aveva aiutato a capire che quando si vuole ‘catturare’ una melodia molto è lecito, ai fini della stesura finale. Chiaramente ho imparato le melodie a memoria, mentre le trascrivevo”.

Lo sforzo, però, puntava a un fine: avere “qualcosa di scritto, una melodia – dice Gaia – che potevamo seguire ad orecchio completamente sposata alle parole/fonemi che ci facevano da guida. Una piccola mappa. Bisognava tracciare la strada e costruirci sopra la nostra città. Dovevamo comportarci unicamente da musicisti: tutti e quattro. Discutere e provare, provare tanto, perché scrivere a 8 mani è difficilissimo. Dal momento che la melodia era così ben definita, bisognava intuirne il ritmo possibile per armonizzarla. Bruno – racconta la pianista – ha spaziato in questi due ruoli, io sono stata più melodico/armonica nelle mie proposte. Simone, il percussionista, non ha mai fatto troppo riferimento al ‘sacro foglio’ perché ha una memoria formidabile e a lui non serviva molto, in più conosceva alcune parole arabe”.

Durante questo lavoro ‘matto e disperatissimo’ – sottolinea Gaia Possenti ho imparato cos’è un mawal, un canto libero, e ho imparato ad ascoltare l’ultima parola del canto per intervenire musicalmente mantenendo la calma e divertendomi a poco a poco nell’apprezzare come in questa libertà le note del canto cambiassero sempre. Man mano che ci conoscevamo le nostre identità musicali si sono fuse nel sound che adesso proponiamo nei nostri concerti. Le nostre discussioni musicali si sono sempre concluse con la disponibilità di ciascuno a capire cosa l’altro intendeva dire e a provare a farlo senza completamente rinunciare alle singole possibilità strumentali individuali. C’è voluta pazienza da parte di tutti, come accade in progetti così originali, dove non ci sono un leader vero e proprio o un arrangiatore che porta la sua scrittura musicale. Adesso, però, che il vestito musicale è cucito, ci sentiamo a nostro agio nell’indossarlo”.

Ci possono essere stati momenti – confida la pianista – in cui ho ingiustamente creduto che la musica vera fosse solo quella scritta, ma in questo lavoro e nell’aprire la porta realmente alla tradizione orale il risultato è talmente diverso ed emotivamente imprevedibile che lentamente sto capendo che davanti a un musicista, qualsiasi sia la sua formazione e provenienza, bisogna sapientemente provare ad incontrarsi e a lasciare indietro quello che hai imparato fino a quel momento per costruire un linguaggio nuovo insieme, senza pregiudizi. Noi abbiamo la nostra piccola città in cui passeggiare adesso, e in cui condurre il pubblico. E quando siamo sul palco proviamo a vivere l’alchimia dell’estasi con i nostri strumenti acustici ed essere veramente l’Acoustic Tarab Alchemy”.

Nella musica araba – racconta Houcine Ataa, che è stato avviato dal padre al canto sufi quando era piccolo – ci sono delle regole ben precise e persino le note sono diverse. C’è quello che si definisce il quarto di tono, una nota ancora più piccola che per la prassi europea può essere percepita come stonata. Facendo una metafora con la pittura è come se alla paletta di colori dove gli europei hanno solo il blu, io avessi in più un blu cobalto. Ecco che il quadro si arricchisce di sfumature che gli strumenti europei non possono avere. Questa differenza sostanziale nelle note – evidenzia – non mi limita, però, nel lavoro con i musicisti di A.T.A.”.

“Anzi, quando canto con loro, rispetto alla mia cultura musicale, mi sento più libero perché nel mondo arabo il musicista ha un ruolo meno importante del cantante, invece Gaia, Simone e Bruno si sono messi subito alla pari con me e nell’incontro di questi due mondi ho fatto un’esperienza nuova che mi ha arricchito e dato la speranza di cantare ancora e ancora, andando oltre le regole che ho studiato, e per questo non finirò mai di ringraziarli”. Il mix particolare della cultura musicale europea/jazz con quella etnica ha fatto sì che Simone Pulvano creasse uno strumento a parte, quello da lui definito “percuoteria”, che richiama la fusione delle percussioni necessarie per sostenere la musica araba con la batteria, strumento più propriamente jazz.

Simone è, quindi, a metà fra le due culture; Gaia, invece, pur non avendo la stessa paletta sonora di Houcine, ha piegato le regole con cui è cresciuta per sostenere la diversità del canto arabo ; ha ascoltato infinite volte le scale diverse che intona Houcine e cambiato repentinamente i suoi ritmi da pari a dispari e viceversa. E Bruno ha interloquito con lei nei termini della musica europea e con Houcine e Simone nei termini della musica araba. Insomma, “un’esperienza molto faticosa ma una sfida” di cui si sono innamorati. “Ogni volta – sorridono i quattro musicisti – siamo curiosi di vedere dove andremo a finire quando iniziamo a scrivere insieme”.


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