Netcomm, con web tax perdita produttività di 2 miliardi 

Scritto da il 19 novembre 2018

Netcomm, con web tax perdita produttività di 2 miliardi

Pubblicato il: 20/11/2018 18:14

La web tax potrebbe far sentire il suo peso sull’economia italiana con una perdita di produttività fino a 2 miliardi di euro nell’arco di un triennio e quasi 17.000 addetti in meno. E’ quanto emerge in un’indagine Netcomm, il consorzio del commercio digitale italiano, che riunisce oltre 300 aziende di diverse dimensione, nazionali e internazionali.

Nel marzo 2018, la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa per introdurre norme comuni destinate a consentire la tassazione dei profitti delle aziende protagoniste dell’economia digitale. Con la legge di Bilancio 2017 anche l’Italia ha elaborato una proposta di web tax che prevede, a partire dall’1 gennaio 2019, l’applicazione di un’imposta del 3% sui servizi digitali B2B, nei confronti di stabili organizzazioni di soggetti sia residenti che non residenti nel territorio.

“Al momento non è stato emanato dal Governo italiano un decreto per la definizione degli ambiti di applicazione di questa imposta e il quadro normativo europeo appare ancora estremamente incerto. Le attuali norme sulla tassazione delle società non sono adatte alle realtà della moderna economia e certamente questo è un problema globale che richiede una soluzione globale”, spiega Roberto Liscia, presidente Netcomm.

L’analisi affidata alla società di consulenza Prometeia ha permesso di elaborare molteplici scenari accomunati dall’effetto negativo che la web tax sembra avere sulle imprese dell’e-commerce in Italia e sui relativi livelli di occupazione. In particolare, nello scenario di maggiore impatto (con ipotesi di traslazione completa dell’imposta, maggiore elasticità della domanda ai prezzi, effetti sugli investimenti e base imponibile più ampia), in un triennio la produzione risulterebbe inferiore fino a circa 2 miliardi di euro rispetto allo scenario base senza imposta, con un’incidenza dello 0,06% sulla produzione complessiva dell’economia.

L’impatto negativo sull’occupazione del settore arriverebbe a una perdita di circa 17 mila addetti, lo 0,07% del totale di riferimento, a fronte di un maggior gettito fiscale di poco superiore a 250 milioni di euro. Ma anche nel quadro migliore i livelli mostrano una diminuzione di produttività di circa 164 milioni di euro e una riduzione dell’occupazione di circa 1.550 addetti. “I dati della ricerca riflettono le preoccupazioni più volte espresse da Netcomm in merito all’applicazione di una tassazione che contribuirebbe ad allargare il gap sulla competitività con gli altri paesi europei e sui mercati internazionali”, afferma Liscia.

La web tax “ha in sé diversi elementi recessivi che si tradurrebbero nell’aumento dei prezzi per i consumatori e in un decremento dell’occupazione. Non dimentichiamo che il settore dell’e-commerce in Italia da diversi anni continua a crescere a due cifre rispetto al canale fisico, con un impatto sul Pil dell’1,6%, facendo registrare una bilancia positiva dell’export che oggi è di circa 4 miliardi di euro e contribuendo a creare posti di lavoro con un alto livello di alfabetizzazione”. Come esperti del settore e-commerce, “siamo favorevoli all’applicazione di un’imposta sulle società che operano nel mercato digitale purché essa sia basata sui profitti e non sui fatturati e a parità di condizioni nel contesto fiscale, in modo che le imprese siano tassate in modo equo e non discriminatorio”.

Un altro aspetto che deve essere considerato “è la protezione delle imprese: la web tax metterà inevitabilmente le aziende europee in una posizione di svantaggio rispetto a quelle non Ue, perché attualmente non disponiamo di mezzi legali per garantire l’applicabilità della tassa nei confronti di società fuori dai confini europei. Le imprese e in particolari le pmi, alla base del tessuto economico italiano, devono poter crescere e innovare: la web tax disincentiverebbe la loro espansione e gli ulteriori investimenti, ancora una volta con effetti dannosi sulla competitività dell’Ue e perdita di posti di lavoro”, conclude Liscia.


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