Sgrena e le due Simone, gli audio della ‘prova in vita’  

Scritto da il 21 novembre 2018

Una prova che Silvia Costanzo Romano sia ancora in vita e stia bene. E’ quello che la nostra intelligence sta cercando di ottenere in queste ore dal gruppo che ha rapito la cooperante italiana in Kenya. Prove che si sono ‘evolute’ negli anni. Dalle polaroid scattate dalle Brigate Rosse, con i rapiti come Aldo Moro, il generale Usa James Dozier o il giudice Mario Sossi, fotografati con un giornale in mano e lo sfondo con la stella a cinque punte, ai file audio e video usati in scenari di guerra come l’Iraq, l’Afghanistan o la Siria. Come avvenne per Simona Torretta e Simona Pari e per Giuliana Sgrena, le due cooperanti e la giornalista del Manifesto, rapite in Iraq tra il 2004 e il 2005. All’epoca, la nostra intelligence cercò di ottenere dai gruppi che le avevano rapite le prove che le nostre connazionali erano vive, per avviare così le trattative per la loro liberazione. Registrazioni che l’Adnkronos ha ottenuto e che, dal tono della voce, dai messaggi che le rapite sono costrette a recitare davanti ai microfoni dei sequestratori, riportano alla memoria quei drammatici giorni.

“Oggi è sabato 26 settembre. Le notizie apparse due giorni fa sono false. Stiamo entrambe bene. Per favore, fate il vostro dovere e non giocate con le nostre vite. Altrimenti saremo in pericolo”, ripetono le due cooperanti ella registrazione. Il messaggio fece tirare un sospiro di sollievo, perché due giorni prima, il 23 settembre un gruppo che si definiva “organizzazione della Jihad”, su un sito web aveva annunciato di avere ucciso “le due italiane”, perché l’Italia non aveva accolto la richiesta di ritirare le sue truppe dall’Iraq. Altrettanto drammatico è l’audio che i rapitori di Giuliana Sgrena fecero pervenire alla nostra intelligence, per dimostrare che la giornalista era ancora viva. “Sono Giuliana Sgrena. Oggi è il 25 febbraio. Sono a Baghdad. Sono venuta qui per riferire sulla situazione in Iraq e sulla sofferenza del popolo iracheno sotto l’occupazione. Voglio mandare i miei saluti alla famiglia in Italia e voglio chiedere a tutto il popolo italiano, vi prego aiutatemi a rientrare in Italia, vi prego”, disse l’inviata del Manifesto, prima in inglese e poi in francese.

Oggi, a distanza di 13 anni, Sgrena ricorda così quella registrazione: “Io ero chiusa in una stanza e uno dei due guardiani mi fece registrare questa cosa ma gli altri probabilmente non lo sapevano perché si vedeva che lo faceva un po’ di straforo. Ero molto inquieta” spiega la giornalista all’Adnkronos – Mi ricordo di quel momento, avevo molta angoscia e soprattutto non mi fidavo, perché normalmente le cose avvenivano in un modo diverso. D’altra parte non è che potessi dire di no, non ero in grado di oppormi a niente perché ero nelle loro mani”.

“Ho registrato solo due messaggi in video più questi audio, che mi sembra fossero due, fatti così su cassetta – aggiunge – A chiedermi di registrare i video normalmente non erano persone che stavano con me ma persone che venivano da fuori e mi dicevano che cosa dovevo dire esattamente. Oltretutto in questa occasione mi spiegarono molto ambiguamente quello che io dovevo dire mentre in genere gli altri erano molto più rigidi sulle parole che dovevo pronunciare”, racconta. “Se non sbaglio questo è stato un messaggio che mi hanno fatto registrare nell’ambito di una ‘trattativa parallela’ a quella di Calipari”, precisa.


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