Scelli: “Così intelligence umanitaria salvò tante vite”  

Scritto da il 22 novembre 2018

Scelli: Così intelligence umanitaria salvò tante vite

Simona Pari e Simona Torretta (Fotogramma)

Pubblicato il: 23/11/2018 12:37

“Sì, quegli audio sono autentici”. Maurizio Scelli, ex commissario della Croce Rossa italiana, conferma che gli audio in possesso dell’Adnkronos e pubblicati sul sito www.adnkronos.com delle “prove in vita” delle due operatrici umanitarie italiane, Simona Pari e Simona Torretta, rapite nel 2004 a Baghdad, e di Giuliana Sgrena, inviata del ‘Manifesto’ sequestrata nel 2005 sempre a Baghdad, sono vere. “Effettivamente li avevamo chiesti e ottenuti per avere la prova che gli ostaggi fossero in vita all’epoca e riuscimmo ad averli attraverso il canale umanitario”, dice Scelli all’Adnkronos.

Scelli racconta di averpartecipato in prima persona proprio alla liberazione delle due cooperanti di ‘Un Ponte per’. “All’epoca avevamo soccorso e aiutato nell’ospedale di Baghdad gestito dalla Croce rossa alcune persone che non erano certo delle educande – rivela – Ma noi non certo chiedevamo i carichi pendenti per curare le persone. E proprio grazie a questi contatti riuscimmo ad arrivare alle due Simone”.

“Al momento della liberazione andammo a Bagdad – ricorda – e fummo presi da due incaricati, poi fummo bendati, chiusi in una macchina e portati in un posto ad attendere che ci facessero sapere qualcosa. Ci tenevano il fucile puntato e ci interrogavano. Poi dopo sei ore ci portarono dietro questa famosa moschea dove generalmente rilasciavano gli ostaggi e ce le consegnarono”. Quanto alla Sgrena, spiega invece Scelli, “pur avendo ottenuto la prova in vita, il responsabile dei servizi decise che avrebbero trattato loro”.

La questione, tiene a sottolineare Scelli, è che per l’esito positivo di questioni delicate come i sequestri in aree di crisi ‘l’intelligence umanitaria’ diventa uno strumento fondamentale: “è più facile trovare i contatti giusti quando passi per un canale umanitario, perché fai del bene a tante persone e sei percepito come un soggetto neutrale. Ed è proprio quello che è successo a me. Tra le tante persone con cui si entrava in contatto lavorando in un ospedale come quello di Baghdad capitava di incontrare anche chi poteva essere un interlocutore adeguatoe che magari ti era grato per quello che avevi potuto fare per lui o per la sua famiglia”.

“Se io fossi ancoro il capo della Croce Rossa oggi sarei partito subito, come del resto feci all’epoca anche rischiando la vita”, aggiunge Scelli, facendo riferimento al rapimento di Silvia Costanza Romano, la 23enne cooperante italiana sequestrata martedì notte a Chakama, nella contea di Kilifi, in Kenya. “All’indomani del sequestro di questa ragazza giovanissima – sottolinea – avrei attivato la consorella del Kenya, avrei cominciato a muovere tutta una serie di situazioni che mi permettessero anche di fornire elementi utili per la liberazione o la prova in vita. Ma, ripeto, per farlo devi avere un interlocutore che sia credibile, quindi, se sei un’organizzazione grande che fa del bene, è più facile”.

“Il mio grande rammarico – conclude – è che oggi la Croce Rossa Italiana sia stata ridotta per una riforma incostituzionale a una modesta associazione privata e che gran parte di quelle donne e quegli uomini grazie ai quali ottenemmo quel grande obiettivo umanitario, mettendo a rischio la loro vita, oggi sono stati trasferiti in altre amministrazioni e costretti a cambiare lavoro. Purtroppo in questo nostro paese si è considerati eroi solo se si muore“.


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