La volontaria dell’anno: “Critiche su Silvia Romano? Troppi stereotipi”  

Scritto da il 1 dicembre 2018

La volontaria dell'anno: Critiche su Silvia Romano? Troppi stereotipi

Sanda Vantoni

Pubblicato il: 02/12/2018 12:37

Ha 26 anni Sanda Vantoni. E proprio come Silvia Romano, rapita in Kenya, ha l’Africa nel cuore. Tutte e due giovani volontarie, tutte e due con il sorriso sempre pronto, in ascolto e in aiuto dei più vulnerabili. “A me ha scioccato non solo il rapimento di Silvia ma tutto quello che ne è conseguito: le critiche nei suoi confronti; gli stereotipi diffusi intorno alla figura del volontario, completamente infondati. E poi Silvia non è affatto ingenua. I volontari sono forse un po’ idealisti, d’altronde chi decide di impegnarsi per rendere migliore il mondo in cui viviamo, un po’ lo deve essere, ma, per carità, non parliamo di ingenuità. Siamo tutte persone formate, sappiamo quello che andiamo a fare”. Parla svelta e ha le idee chiare Sanda Vantoni, l’italobelga che quest’anno ha vinto il premio Giovane volontario europeo Focsiv (Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario).

Un curriculum lungo il suo: belga di nascita (figlia di un bergamasco e di una belga nata in Congo), Sanda dopo le medie a Sorisole, in provincia di Bergamo, dove risiede la sua famiglia, e il liceo scientifico in città, ha affinato i sui studi (università e master) all’estero, tra Belgio, Canada, Irlanda, Spagna e Olanda, appassionandosi alla sociologia e all’antropologia e specializzandosi sulle migrazioni internazionali. Dopo la laurea, è stata assunta a Barcellona in una società di progettazione di droni, un lavoro che passati 6 mesi poteva diventare stabile. E invece no, i progetti di Sanda erano altri e altrove. In Marocco per la precisione, dove è arrivata candidandosi al servizio civile.

E’ stato il Cefa di Bologna a inviare Sanda nel paese africano dove, da un anno, collabora a un progetto che ha come obiettivo quello di ridurre l’esclusione sociale, culturale ed economica dei migranti e delle fasce più deboli della popolazione locale, prevenendo così qualsiasi forma di radicalizzazione. “Come? Con la creazione di cooperative sociali o piccole attività economiche, sia per marocchini di ritorno che per i subsahariani il cui viaggio si ferma in Marocco. Riuscire in questa impresa dà parecchio senso al mio impegno”, spiega all’Adnkronos Sanda Vantoni che ha scelto il servizio civile sapendo che in seguito tutto sarebbe cambiato. “Oggi sono ancora più consapevole che la diversità è una ricchezza”.

“Quando sono arrivata in Marocco ho trovato una comunità pronta a sostenermi, di solito è sempre così. Non ho mai avuto paura, non mi sono mai sentita in pericolo. Anche il villaggio in Kenya dove lavora Silvia Romano è un posto tranquillo. Purtroppo, gli incidenti possono capitare”, dice la giovane volontaria.

Sanda si è immersa nel suo lavoro con passione. Per i migranti di ritorno, spinti a tornare nel paese d’origine anche per via della crisi economica europea, “non è mai facile”, testimonia la giovane volontaria. Non si devono solo ricostruire economicamente ma anche psicologicamente. “E se non si seguono passo passo, succede che si ritrovano nella stessa condizione di quella che li ha costretti a partire – racconta Sanda -. In tanti tornano con i propri mezzi. Mentre il numero dei rimpatriati volontari beneficiari di questi progetti resta piccolo. Ne ignorano l’esistenza”.

Dopo aver ritirato il premio in Italia (“non sento di aver vinto qualcosa di personale, piuttosto ho avvertito il dovere di rappresentare tutti coloro che fanno un lavoro come il mio”, dice con umiltà), Sanda sarà di nuovo in Marocco il 1° gennaio. “Comincerò uno stage presso l’Onu – rivela la ragazza – sull’integrazione socio-economica dei rifugiati. E’ un aspetto fondamentale: uno straniero può anche ottenere il permesso di soggiorno, ma se non ha un lavoro non si sentirà mai parte integrante della nuova comunità in cui è giunto. In quello che faccio, ci credo”.


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