Sla, benefici da cannabis terapeutica spray  

Pubblicato da in data 13 Dicembre 2018

Sla, benefici da cannabis terapeutica spray

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Pubblicato il: 14/12/2018 13:03

Un farmaco derivato dalla cannabis, somministrato per bocca via spray, per la prima volta si è dimostrato efficace nel ridurre in 6 settimane la spasticità e altri sintomi correlati in pazienti con malattie del motoneurone (Mnd) come la sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Una nuova speranza figlia della ricerca italiana, che nasce dalla collaborazione fra scienziati di diversi centri di eccellenza nella cura delle Mnd, autori di un lavoro pubblicato su ‘The Lancet Neurology‘ e co-finanziato dalla Fondazione italiana di ricerca per la sclerosi laterale amiotrofica (AriSla). Il primo autore dell’articolo – i cui risultati sono stati diffusi anche dalla rivista scientifica che gli ha dedicato una nota stampa – è il neurologo Nilo Riva dell’ospedale San Raffaele di Milano.

Lo studio, un trial di fase clinica II, ha coinvolto 59 pazienti con Mnd di età compresa fra 18 e 80 anni. Malati che presentavano evidenti sintomi di spasticità e che sono stati divisi in due gruppi: a 29 è stato somministrato con un numero variabile di spruzzi giornalieri il nabiximols, un estratto della Cannabis sativa che contiene parti uguali di tetraidrocannabinolo (Thc) e cannabidiolo (Cbd), mentre 30 hanno ricevuto un placebo con le stesse modalità. Né i medici né i pazienti sapevano chi assumeva cosa (protocollo in doppio cieco).

“Dopo 6 settimane di trattamento abbiamo rilevato nei malati trattati con il farmaco cannabinoide un miglioramento significativo dei sintomi correlati alla spasticità”, principale causa di disabilità in queste persone, “rispetto ai pazienti trattati con placebo”, afferma Riva che ha condotto lo studio insieme a Mauro Comola al San Raffaele, dove il gruppo di ricerca è stato diretto da Giancarlo Comi, a capo dell’Istituto di neurologia sperimentale dell’Irccs del gruppo ospedaliero San Donato e coordinatore dell’area neurologica. “Il risultato positivo di questa sperimentazione clinica – commenta Comi – deriva non solo dalla dimostrata efficacia di questa associazione di cannabinoidi, ma anche dal buon profilo di sicurezza e tollerabilità che è fondamentale”.

La spasticità è la resistenza opposta dai muscoli a movimenti volontari e involontari, e può causare a sua volta crampi, spasmi, contratture e dolori. La terapia utilizzata nel trial è stata approvata per il trattamento sintomatico della spasticità nella sclerosi multipla, ma la nuova ricerca è “il primo studio condotto su pazienti con Mnd – precisano dal San Raffaele – a testare l’efficacia di trattamenti farmacologici, in particolare una combinazione di sostanze cannabinoidi, nel ridurre la spasticità”.

Per gli esperti di via Olgettina, “l’impiego di farmaci derivati dalla cannabis per queste patologie è ancora più interessante visti i risultati di alcune ricerche recenti svolte sul modello animale della Sla, secondo cui i cannabinoidi sarebbero in grado di rallentare la perdita delle capacità motorie e di aumentare la sopravvivenza degli animali trattati, agendo quindi in funzione neuroprotettiva. Occorrono tuttavia ulteriori studi – precisano – per testare l’ipotesi neuroprotettiva anche in ambito clinico” contro patologie al momento senza cura come le Mnd, per le quali sono ad oggi disponibili solo terapie volte ad alleviare i sintomi.

Sottolinea l’importanza dei risultati del trial anche il neurologo Gabriele Mora, fra gli autori del paper, direttore scientifico dell’Irccs Maugeri di Milano e responsabile del Centro Sla dello stesso Istituto: “Lo studio – evidenzia – ha documentato una riduzione del dolore causato dalla rigidità e dagli spasmi, e una migliore qualità del sonno“. Il trattamento inoltre “è stato abbastanza ben tollerato: nessuno l’ha interrotto” se non temporaneamente, “non ci sono stati eventi avversi gravi e gli effetti collaterali sono stati molto modesti in termini di spossatezza, vertigini e sonnolenza”. Il cannabinoide somministrato è dunque un farmaco che appare “sicuro secondo tutte le scale adottate, dalla Ashworth che misura il livello di spasticità, al test del cammino, agli altri indici relativi ad altri parametri vitali”.

La rilevanza dello studio sta anche nel fatto che, “malgrado i progressi della terapia genica – prosegue Mora – oggi dobbiamo occuparci soprattutto della sintomatologia di questi pazienti: dalla difficoltà di deglutizione con conseguente emissione di saliva in eccesso, alla ventilazione polmonare, alla labilità emotiva”.

Interviene sui nuovi risultati anche Mario Melazzini, direttore scientifico degli Ics Maugeri e malato di sclerosi laterale amiotrofica. “Sempre più la ricerca sulla Sla è focalizzata all’identificazione di meccanismi patogenetici e potenziali bersagli terapeutici – osserva l’ex direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) – ma nel contempo, grazie anche a studi come quello oggetto della pubblicazione su Lancet, contribuisce a gestire i sintomi legati alla patologia con miglioramento della qualità della vita. Nel percorso che potrà portare all’identificazione di trattamenti efficaci – puntualizza Melazzini – la chiave risiede sempre nel gioco di squadra: ricercatori, clinici, sviluppatori di medicinali, pazienti e loro associazioni, istituzioni, sono tutti player della stessa partita in cui la risposta ai bisogni di salute è la meta da segnare”.

Non a caso è frutto di un gioco di squadra anche quest’ultimo lavoro: oltre al Dipartimento di neurologia dell’Irccs ospedale San Raffaele e all’Irccs Maugeri di Milano, hanno partecipato il Centro clinico Nemo-ospedale Niguarda del capoluogo lombardo e il Dipartimento di neuroscienze dell’università di Padova. La ricerca è stata possibile grazie al sostegno di AriSla in sinergia con la Fondazione Vialli e Mauro per la ricerca e lo sport Onlus, e di GW Pharmaceuticals e Almirall.


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