Somalo fermato a Bari: “Mettiamo bombe in tutte le Chiese d’Italia”  

Pubblicato da in data 16 Dicembre 2018

Somalo fermato a Bari: Mettiamo bombe in tutte le Chiese d'Italia

Immagine di repertorio (Fotogramma)

Pubblicato il: 17/12/2018 11:38

”Mettiamo bombe a tutte le Chiese d’Italia. La Chiesa più grande dove sta? Sta a Roma?”. Sono le parole intercettate di Ibrahim Omar Mohsin, 20 anni, somalo, per gli inquirenti affiliato al Daesh (Stato islamico), noto anche Anas Khalil, fermato a Bari il 13 dicembre scorso da agenti della Digos della Questura nel corso dell’operazione ‘Yusuf’ e accusato di associazione con finalità di terrorismo, istigazione e apologia del terrorismo, aggravate dall’utilizzo del mezzo informatico e telematico. ”Quando uno ha ucciso con la strada di Allah, che la gloria sia con lui, non è morto”, dice sempre Ibrahim Omar Mohsin, in un’altra intercettazione durante un colloquio con un interlocutore di cui non state rese note le generalità. ”Quello che uccide i cristiani, i nemici di Allah, è un nostro fratello. Se uccide i cristiani è nostro fratello”, questo un altro ‘proclama’ di Ibrahim intercettato.

Il gip del Tribunale del capoluogo pugliese ha convalidato ieri il provvedimento di fermo, disposto dalla Direzione distrettuale antimafia. Secondo quanto accertato dall’attività investigativa della Digos della Questura e della Dda della Procura della Repubblica del capoluogo pugliese, il giovane avrebbe aderito in modo totale all’ideologia dell’Isis, il cosiddetto Stato islamico. Il provvedimento restrittivo a carico del 20enne ritenuto affiliato al Daesh, in particolare alla componente armata somalo-keniota, è stato ritenuto di somma urgenza per i riferimenti, reperiti dagli investigatori, all’elaborazione di possibili progetti di attentati contro le chiese. I luoghi di culto sarebbero stati individuati quali possibili bersagli in quanto frequentati solo da cristiani. Tra le foto trovate nell’ambito delle indagini telematiche svolte dalla Digos della Questura di Bari anche quella della città del Vaticano.

Le indagini sono state coordinate a livello centrale dal Servizio per il Contrasto al Terrorismo Esterno della Dccp/Ucigos con il supporto dell’Aisi e del Federal Bureau of Investigation (Fbi) statunitense. L’indagine ha ben presto confermato la validità delle informazioni sul conto di Omar Ibrahim, consentendo anzi di acquisire gravi indizi di colpevolezza posti alla base, assieme al concreto pericolo di fuga, del provvedimento di fermo eseguito e poi convalidato dal gip.

La militanza nello Stato islamico di Omar Ibrahim si sarebbe concretizzata anche attraverso l’apologia di delitti di terrorismo operata su piattaforme social, in particolare su Facebook, dove ha diffuso post e foto aventi come contenuto l’esaltazione del ‘martirio’. Apologia e condivisione che ha manifestato anche in occasione dell’attentato di Strasburgo. E’ quanto ritengono gli investigatori della Digos e della Dda della Procura della Repubblica. Sono poi stati raccolti elementi circa l’intenso indottrinamento operato da Ibrahim Omar su un altro straniero in corso di identificazione, al quale avrebbe impartito vere e proprie istruzioni teorico-operative sul concetto di ‘jihad’ armato.


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