“Sono un morto che cammina”, parla il pentito di mafia  

Pubblicato da in data 26 Dicembre 2018

Abbatino: “Abbandonato dallo Stato, mi aspetto vendetta”

E racconta quanto accaduto ai primi di dicembre, quando la coppia viveva con il figlio di sette anni in un altro luogo segreto, più a Nord. “Purtroppo, per colpa di una dirigente scolastica poco attenta – dice il collaboratore di giustizia – che ha raccontato alle maestre e al personale di segreteria chi eravamo e che sono un pentito, il Servizio di protezione centrale è stato costretto a farci andare via nel giro di pochi giorni. Con tutte le conseguenze per il bambino che da quasi un mese non va a scuola e si chiede perché”. Ma cosa è successo a scuola? A raccontarlo è la moglie del collaboratore, che ha seguito il marito in questo percorso di collaborazione con la giustizia. “La dirigente non avrebbe dovuto svelare a nessuno la nostra vera identità – dice la madre del piccolo – invece, lo ha detto a quasi tutto il personale. Dicendo loro di ‘stare attenti’ perché c’era mio figlio in quella scuola. Inoltre, il nome di mio figlio era stato tolto dal registro. E il bimbo si chiedeva perché non c’era mai il suo nome. Prima dell’Immacolata ci hanno avvertito che avremmo dovuto cambiare subito località segreta. E ora viviamo in una villetta in periferia, in mezzo alla campagna”.

“Se prima mio figlio faceva poche decine di metri per andare a scuola – racconta il collaboratore – oggi ne deve fare quasi sette di km. Io la mattina per accompagnare mio figlio a scuola devo prendere l’auto e portarlo dalla periferia a scuola. E nel tragitto mi potrebbero uccidere, esattamente come hanno fatto con quel signore a Pesaro. Vediamo come andrà con i compagnetti appena ricomincia la scuola. In quell’altro istituto si era inserito benissimo. Aveva tanti amici con cui giocare. Adesso si deve ricominciare. Per colpa di una dirigente poco attenta, diciamo così… Il piccolino è turbato, ha perso tutti i suoi amichetti. “Quindi, quando mi sposto dalla città per andare a un processo a fare la mia deposizione – dice il pentito – mi vengono a prendere e mi scortano fino a Milano o in altre città. Se devo accompagnare mio figlio a scuola sono solo e potrebbero uccidermi senza che nessuno vede nulla”.

E poi, il collaboratore di giustizia, ribadisce: “Qui chiunque può farmi quello che vuole, esattamente come è accaduto al fratello del pentito di Pesaro. Proprio perché siamo tutti senza scorta, senza protezione. La protezione non esiste. Se io vado a Roma e incontro un bagherese che mi vuole ‘punire’, mi può uccidere tranquillamente. Tanto non ho alcuna protezione”. E tornando a parlare dell’omicidio di Pesaro, dice: “Dopo questa notizia, penso che solo in pochi decideranno di collaborare. Anche perché molti avranno paura di parlare con i magistrati. Il servizio di protezione deve cambiare radicalmente. Io sono sicuro che se fossi nel mio paese sarei più ‘tranquillo’, perché mi conoscono. Sanno che sono ‘sbirro’ e mi lascerebbero in pace”.

Il collaboratore si lamenta anche del fatto di avere abitato per quattro anni “in una casa coperta da eternit”. “E ora per il cambio della casa, a causa di quella dirigente, mi hanno tolto parte dell’indennità per pagare qualche danno della casa”.

La moglie del collaboratore poi spiega: “Noi in questi anni siamo stati bravi perché non abbiamo raccontato a nessuno la nostra storia – dice – purtroppo abbiamo dovuto anche raccontare qualche bugia, ma perché ce lo hanno imposto quelli del Servizio di protezione, proprio perché non volevano che potessimo avere problemi”. E parlando ancora del figlio, dice: “Gli è stato negato il diritto allo studio. Spero che torni al più presto a scuola, perché a sette anni non è giusto che paghi per colpe non sue, ma di altri. Io ho avuto fiducia nella preside…”. E poi aggiunge, con rabbia: “Io non mi sposto più. La prossima volta torno direttamente in Sicilia”.


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