Insulti, pugni e sputi: quando il Parlamento diventa un ring  

Pubblicato da in data 27 Dicembre 2018

Nemmeno palazzo Madama è immune dalle tensioni, come ben sa Laura Bianconi (Ncd) che dovette girare per un po’ con un tutore al braccio a seguito di un parapiglia in aula dell’agosto 2014, del quale fece le spese durante l’esame del ddl riforme che portava il nome di Maria Elena Boschi. Memorabile la tensione del 28 aprile 2015, per la fiducia posta dall’esecutivo Renzi sull’Italicum, tra urla convergenti anti-governative all’insegna di “fascisti” e “vergogna”, da M5S e destra.

Ben peggio era andata a Nuccio Cusumano (Udeur) qualche anno prima, nel gennaio 2008: avendo cambiando idea rispetto alla linea del partito, decise di votare dire sì alla fiducia a Romano Prodi. Ne nacque uno scontro con vari compagni di partito, e gli arrivò persino uno sputo da Tommaso Barbato. Dovette lascare l’aula in barella. La madre di tutte le bagarre, però, in tempi relativamente recenti, si ha all’epoca di Mani pulite: era il 16 marzo 1993 quando il leghista Luca Leoni Orsenigo in un dibattito sulla questione morale agitò il famoso cappio in aula.

Solo uno sbarramento fisico imponente di diversi commessi riuscì a impedire che alcuni deputati avversari si avventassero contro l’esponente del Carroccio. Le cronache registrano anche un episodio meno in linea con la qualifica di ‘ministro dell’Armonia’ che Giuseppe Tatarella si sarebbe guadagnato solo in seguito: nel 1991 il deputato missino perse la sua bonomia e strappo’ i fogli dalle mani del deputato Svp Benedikter durante la discussione del pacchetto per l’Alto Adige.

Del 20 ottobre 1994, però, è il primo scontro in aula della seconda Repubblica: Tatarella era ormai vice premier del primo governo Berlusconi, ma i deputati An-Msi erano, ancora, più missini che aennini (Fiuggi ci sarebbe stata nel gennaio successivo) e Francesco Storace passò alle vie di fatto contro il verde Mauro Paissan, che aveva accusato il Polo delle libertà e del buon governo di essere popolato da “tangentisti del diritto dell’informazione”. Storace avrebbe poi accusato l’altro di averlo “graffiato con le sue unghie laccate”.

Andando indietro agli albori della Prima Repubblica, poi, resta storico l’episodio del 18 marzo 1949: a Montecitorio è appena passata l’adesione dell’Italia alla Nato e Giancarlo Pajetta, del Pci, si lancia contro un avversario, dando vita alla prima rissa repubblicana, con tanto di lancio di cassetti.

Il primo aprile del 1952, poi, gli annali segnalano che il deputato Dc Albino Stella, coltivatore diretto, si getta contro il monarchico popolare Ettore Viola, agricoltore, colpendolo con un pugno. Ma a fine marzo marzo 1953 è la “legge truffa” a scatenare gli istinti bellicosi collettivi, stavolta a palazzo Madama. Dopo il voto, esplode la rissa con il ministro Randolfo Pacciardi che resta ferito.

Anche i non-violenti radicali hanno la loro eccezione che conferma la regola: nel dicembre 1981, nel corso del dibattito sullo scioglimento delle associazioni segrete a seguito dello scandalo P2, si registra prima un attacco solo verbale di Tessari contro un questore del Pci.Poi, nella bagarre che ne segue, Roberto Cicciomessere si lancia all’assalto dei banchi del governo e, cadendo, avrebbe rischiato guai peggiori se i commessi non fossero riusciti a fare muro e a respingere i deputati del Pci pronti a avventarsi su di lui.


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