A Sanremo amore fa rima con rancore  

Scritto da il 17 gennaio 2019

A Sanremo amore fa rima con rancore

(Fotogramma)

Pubblicato il: 18/01/2019 20:05

dall’inviata Antonella Nesi

Nei brani in gara a Sanremo 2019 amore fa rima con rancore. Non solo perché il rapper Rancore, finora non annunciato, sarà presente con un featuring nel brano di Daniele Silvestri, ‘Argento Vivo’, che ha uno dei testi più forti di questa edizione, con il cantautore romano che parla in prima persona come un ragazzo di 16 anni ‘imprigionato’ in un mondo in cui non si riconosce. Ma perché nei 24 testi che si contenderanno la vittoria del festival predominano sentimenti di rabbia, smarrimento, fragilità, confronti e incomprensioni generazionali. Con alcune felici eccezioni, come la canzone di Arisa, la solare ‘Mi sento bene’, in cui la cantante esibisce un bipolarismo di tonalità da vera virtuosa mentre canta di sentirsi bene, a patto di pensarci più. O la preghiera laica di Simone Cristicchi ‘Abbi cura di me’, un inno alla fiducia nell’altro.

Tra i testi più agganciati all’attualità, oltre a quello di Silvestri (dove, al ritmo di rap, il 16enne protagonista definisce la scuola una “prigione”, che “corregge e prepara una vita che non esiste più dal almeno vent’anni” e confessa: “a volte penso di farla finita”), la rock ballad degli Zen Circus ‘L’amore è una dittatura’ che si muove tra porti chiusi, omofobia e femminicidio, e il pop rock dei Negrita ‘I ragazzi stanno bene’ (dove i ragazzi non stanno bene per niente e cercano di “far pace con il mondo dei confini e passaporti, dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto”): “Non mi va di raccogliere i miei anni dalla cenere, voglio un sogno da sognare e voglio ridere”, urlano i Negrita nel ritornello. Meno didascalico ma altrettanto pregnante l’indie pop di Motta ‘Dov’è l’Italia?’ che si muove tra smarrimento e migranti: “come quella volta a due passi dal mare/fra chi pregava la luna e sognava di ripartire”.

Ma estremente attuale è anche il sorprendente rap-punk di Achille Lauro, l’ironica ‘Rolls Royce’, che giocando su status symbol e idoli, urla: “Voglio una vita così, voglio una fine così”. Così come sorprende il Mahmood in versione trap con autotune (che però ha deciso di non usare all’Ariston) di ‘Soldi’, brano che non a caso vede tra gli autori Charlie Charles, il producer di Sfera Ebbasta.

L’iniezione di contemporaneità data da Baglioni a suon di indie e rap contagia anche generazioni insospettabili: così sentiremo un Nino D’Angelo cantante con l’autotune in un dialogo con il giovane rapper Livio Cori sulle note di ‘Un’altra luce’, che si muove tra trap e neomelodici. Ma anche Patty Pravo che duetta con Briga in ‘Un po’ come la vita’.

Anche l’amore non è più solo quello dei classici sanremesi. Così per un Francesco Renga che canta ‘Aspetto che torni’ (scritta da Bungaro e proposta da Baglioni a Renga) c’è un Irama che nel brano ‘La ragazza con il cuore di latta’ parla della difficoltà di amare una ragazza vittima di violenze in famiglia. E a fare da contraltare a ‘Musica che resta’, la romanza pop de Il Volo, il cui testo è firmato anche da Gianna Nannini, c’è l’urban soul di Ghemon che in ‘Rose Viola’ canta una storia una storia torbida tra le lenzuola.

Ma l’amore di Sanremo 2019 ha mille altre sfaccettature: c’è quello pop rock di Nek in ‘Mi farò trovare trovare pronto’, quello famigliare di Ultimo in ‘I tuoi particolari’, quello ai tempi dei millennials nel rap di Federica Carta e Shade in ‘Senza farlo apposta’, l’amore infelice di Einar in ‘Parole nuove’, l’amore a ritmo reggae dei Boomdabash in ‘Per un milione’, l’amore dopo la crisi di Anna Tatangelo in ‘Le nostre anime di notte’, l’amore che vince sulle difficoltà cantato da Paola Turci in ‘L’ultimo ostacolo’, l’amore maturo e indie pop degli Ex-Otago in ‘Solo una canzone’, l’amore finito e arrabbiato di Loredana Bertè in ‘Cosa ti aspetti da me’ (in cui si sente la firma di Gaetano Curreri). E c’è anche l’amore per il nonno, quello più ‘conservatore’, cantato da Enrico Nigiotti in ‘Nonno Hollywood’, in cui il cantante livornese rimpiange i bei vecchi tempi: “Nonno mi hai lasciato dentro un mondo a pile, centri commerciali al posto del cortile, una generazione con nuovi discorsi, si parla più l’inglese che i dialetti nostri”.


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