Pmi, prestiti alternativi al canale bancario valgono 60 mln in Italia  

Pubblicato da in data 18 Gennaio 2019

Senza banche magro bottino, a pmi 60 mln prestiti 'alternativi'

Pubblicato il: 19/01/2019 17:46

I prestiti a medio-lungo termine alternativi al canale bancario per le piccole imprese in Italia valgono poco meno di 60 milioni di euro nel 2018. Si tratta dello 0,008% dei prestiti bancari alle aziende, circa 697 miliardi a novembre scorso, secondo le statistiche di Bankitalia. E’ questa la magra cifra aggregata, in base ai dati raccolti dall’Adnkronos, versata nel 2018 dalle principali piattaforme di lending crowdfunding che prestano denaro alle pmi italiane, piccole aziende che spesso restano fuori dal circuito delle obbligazioni e per lo più non hanno i requisiti per quotarsi in Borsa.

In Francia, il crowdlending alle imprese vale più del doppio, circa 134 milioni di euro, mentre in Paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, il business è consolidato. Nel 2015, secondo le ricerche del Cambridge Centre for Alternative Finance, le imprese inglesi hanno ricevuto 1,5 miliardi di sterline con le piattaforme peer to peer, mentre negli Usa, considerando i progetti nel real estate, si è arrivati nel 2016 a 2 miliardi di dollari di prestiti erogati. In Italia c’è un considerevole ritardo – prima di due anni fa per legge le piattaforme non potevano operare – ma il settore sta crescendo: nel primo semestre 2018 si è già superato il record registrato per la raccolta in tutto il 2017.

Secondo Giancarlo Giudici, docente del Politecnico di Milano e direttore dell’Osservatorio sul Crowdinvesting, uno dei problemi è che qui, a differenza di quanto accade in Francia, Stati Uniti o Gran Bretagna, mancano i grandi investitori che mettano i soldi nelle piattaforme, consentendo di aumentare considerevolmente l’aggregato. “In Francia, fondi e grandi assicurazioni finanziano queste attività, in Italia non hanno ancora iniziato e a lungo si è contato più che altro su piccoli risparmiatori”. Le piattaforme operanti in Italia prese in considerazione per l’inchiesta sono BorsadelCredito.it, che ha erogato 30 milioni nel 2018 in Italia, e October, più o meno sulla stessa cifra, sempre 30 milioni. L’aggregato raggiunge i 70 milioni tenendo conto di Housers, piattaforma specializzata in prestiti per progetti immobiliari e real estate: l’anno scorso ha investito 8,5 mln di euro in Italia dopo i 2 milioni del 2017.

Un ramo particolarmente vivace del mondo dei prestiti alternativi al canale bancario è quello dell’invoice trading, o sconto fatture, che secondo i dati di October e P2plendingitalia ha registrato nel 2018 un giro d’affari di 574,8 milioni. Insieme ai 60 milioni del lending crowdfunding porta il totale dei prestiti alle imprese a breve e a lungo termine alternativi al canale bancario a circa 634 milioni, sempre lo 0,09% del totale. Vanno bene anche i prestiti al segmento consumer, cioè alle persone fisiche: secondo la stessa fonte di dati, nel 2018 il loro ammontare è stato di 101,8 milioni. Complessivamente quindi, i tre mondi hanno raggiunto nel 2018 un erogato totale di 735 milioni, in forte crescita rispetto ai 340 milioni del 2017.

L’attività delle piattaforme è ancora irrilevante considerando il loro giro d’affari, ma le potenzialità sono significative: con il credit crunch, solo nell’ultimo anno i prestiti delle banche alle imprese sono calati di circa 45 miliardi di euro e molte pmi ancora non conoscono l’esistenza di alternative agli impieghi bancari. Una di queste è il minibond. Nel 2017, ad esempio, ci sono state 170 emissioni di minibond, in buon aumento rispetto alle 110 del 2016, con controvalore totale 5,5 miliardi di euro. Prende forma e cresce in Italia anche l’equity crowdfunding, l’investimento in forma di sottoscrizione di capitale di rischio, con l’investitore che diventa a tutti gli effetti socio dell’impresa. In questo caso, nel 2018, la raccolta è stata di 36 milioni di euro, in crescita del 209% rispetto al 2017.

CEO OCTOBER: ‘PIR NON BASTANO, SERVE UNO SFORZO DI FANTASIA’

Secondo Sergio Zocchi, ad di October in Italia, per gli investimenti alternativi alle imprese e alle startup in Italia “la situazione è ingessata e manca una cabina di regia che porti avanti politiche di lungo periodo”, mentre sui Pir, “le regole attuali di impiego delle risorse raccolte hanno mostrato evidenti limiti e ora serve uno sforzo di fantasia per creare nuovi canali che portino finanziamenti alle pmi, quotate e non”. October, ex Lendix, è una delle principali piattaformi di Lending crowdfunding in Europa. Lo scorso anno ha erogato prestiti per 113 milioni di euro a piccole medie imprese, di cui 30 mln in Italia. Per il 2019, l’obiettivo è arrivare a 200 milioni. Fondata in Francia nel 2015, October, è cresciuta anche attraverso gli Eltif, fondi chiusi a lungo termine molto simili ai Pir che da quest’anno debutteranno anche in Italia.

I fondi di October, veicoli di investimento costituiti in Francia, paese che per primo ha recepito il regolamento Eltif, hanno raccolto 350 milioni di euro da investitori istituzionali, anche italiani, poi reinvestiti nei progetti delle pmi che si sono rivolte alla piattaforma. “Questo è uno dei modi per portare risorse in modo prudente e controllato sull’economia reale. La Bei, ad esempio, è stata una dei sottoscrittori dei nostri fondi”, racconta Zocchi all’Adnkronos. I Pir sono stati un buono strumento, ma i nuovi vincoli della manovra di bilancio (3,5% dell’attivo da investire su Aim e 3,5% sul venture capital) rischiano di vanificare gli sforzi, impedendo che le risorse arrivino a chi ne ha bisogno.

“Trovo che obbligare a investire quote nel venture capital sia in contraddizione con lo spirito della normativa e con il profilo di rischio che il sottoscrittore ricerca. Il paradosso – spiega – è che oggi un risparmiatore privato retail non può sottoscrivere un fondo di venture capital perché riservato a investitori professionali, ma allo stesso tempo con i Pir viene obbligato a partecipare ad una asset class con un profilo di rischio non coerente con il suo”.

Per questo, “serve uno sforzo di fantasia per trovare alternative e strumenti che convoglino risorse su classi di investimento di natura illiquida ma allo stesso tempo proteggano il risparmiatore”. Lo stesso beneficio fiscale, che ha aiutato la raccolta dei Pir, “non aiuta a mitigare i rischi in caso di mercato negativo”. Un altro aspetto fondamentale è quello di investire nell’educazione finanziaria, in modo tale da mettere gli imprenditori delle piccole medie imprese nelle condizioni di conoscere tutte le alternative al finanziamento di tipo bancario. “Il problema continua a essere lo stesso: le aziende più piccole hanno bisogno di maggiore stabilità delle fonti di finanziamento”.

Sul fronte startup e realtà innovative, “i numeri stanno migliorando e c’è un primo segnale positivo”, ma ancora non basta. Secondo gli Osservatori Digital Innovation della school of management del Politecnico di Milano i volumi di investimenti in startup high tech in Italia nel 2018 sono stati 600 milioni contro i 331 mln del 2017. “La raccolta – osserva Zocchi – è positiva, ma in un contesto economico che ancora non ha dimostrato di poter creare le migliori condizioni perché questi capitali possano essere impiegati nel migliore dei modi”.


Opinioni dei lettori
  1. Stevappavy   On   2 Luglio 2019 at 07:47

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