Lavoro: Tiraboschi, ‘oggi per sindacato grande opportunità protagonismo’  

Scritto da il 13 febbraio 2019

Tiraboschi: Con riforme per sindacato grande opportunità protagonismo

Michele Tiraboschi

Pubblicato il: 14/02/2019 15:23

“Per una sorta di eterogenesi dei fini, la stagione politica che avrebbe potuto avere come esito la messa ai margini definitiva dei corpi intermedi, consegna oggi al sindacato una grande opportunità di protagonismo”. Lo dice ad Adnkronos/Labitalia Michele Tiraboschi, giuslavorista, direttore del coordinamento scientifico di Adapt, la scuola di relazioni industriali fondata da Marco Biagi. Tiraboschi riflette sulla proposta lanciata nei giorni scorsi da Innocenzo Cipolletta, già direttore generale di Confindustria, che chiedeva alle parti sociali di “sostituirsi” al governo, passando all’operatività su temi importanti come la riduzione del numero dei contratti.

“La sfida lanciata su più fronti alle parti sociali in nome di una più generale rappresentanza del ‘popolo’, sembra non reggere di fronte alla sopravvivenza degli interessi di categoria, da un lato, e alla convergenza degli obiettivi di crescita economica condivisi dalle organizzazioni del mondo del lavoro, dall’altro. In questa congiuntura, è certamente condivisibile l’auspicio espresso da Innocenzo Cipolletta nell’intervista rilasciata a Dario Di Vico per il ‘Corriere della Sera’, con il quale l’ex direttore generale di Confindustria si augura che le rappresentanze possano sostituirsi al governo”, spiega Tiraboschi.

“Condivisibile non tanto per la risposta alle assenze della politica, bensì per l’affermazione di una autonomia viva del mondo dei corpi intermedi. Il principio alla base di questa preferenza è infatti tutt’altro che estemporaneo e consiste in quella sussidiarietà che orienta l’azione di categoria e di territorio a favore dello sviluppo della società e dell’economia. Come afferma Cipolletta, il sindacato e le associazioni datoriali devono però cogliere l’occasione di una ritrovata centralità politica, dando sostanza alle buone intenzioni espresse già a marzo con la firma del ‘Patto per la Fabbrica’, direzione nella quale si è espresso recentemente anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha parlato di un più ampio ‘patto per il lavoro'”, aggiunge Tiraboschi.

Anche se l’azione sindacale “sul piano politico appare alquanto lontana da quella della concertazione dei primi anni Novanta, quando il sindacato seppe assumere un ruolo di responsabilità determinante non solo per l’economia, ma anche per il collocamento geopolitico del Paese”, per Tiraboschi è significativo che “il mondo del lavoro abbia ritrovato unitarietà attorno a una visione precisa di società, che si contrappone sia alle logiche conflittuali tra élite e popolo, sia alla prefigurazione di una società senza lavoro avanzate dalla politica”. “In questo senso, il nodo delle infrastrutture e delle grandi opere, più che riproporre il più classico dilemma tra ambiente e sviluppo occupazionale, dà la misura di quanto il sindacato si stia interrogando sul suo ruolo politico di rappresentanza all’interno di una democrazia a guida cosiddetta ‘populista’. Basti pensare che sul punto Maurizio Landini, neo-segretario di quella Cgil che aspira storicamente più alla rappresentanza generale del lavoro che alla rappresentanza degli iscritti, ha spiegato che il sindacato, già schieratosi contro la costruzione della Tav Torino-Lione, deve ora tenere conto delle posizioni di cinque milioni e mezzo di iscritti”, aggiunge.

A questa unitarietà di intenti “per il lavoro”, anche se “tutta da misurare sul piano concreto”, dice Tiraboschi, “contribuisce un’altra significativa variazione di rotta impressa dal neosegretario della Cgil Maurizio Landini”. Tiraboschi si riferisce alle “petizioni di principio secondo le quali la Cgil “non vuole tornare agli anni Settanta” né “vuole il vecchio articolo 18”, bensì “un nuovo Statuto dei lavoratori, che dia diritti alle persone a prescindere dalla tipologia del rapporto di lavoro”.

“Una lineare espressione della tradizionale aspirazione alla rappresentanza generale del lavoro, secondo Landini, ma anche un evidente tentativo di interpretare le trasformazioni del mondo del lavoro che vedono ormai condannata all’obsolescenza la separazione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, almeno sul piano della sicurezza economica. E così anche la confederazione maggiore pare ora predisposta nella prospettiva, già da tempo assunta dal sindacato riformista, di un nuovo sistema di welfare, tutto da costruire”, osserva.

Il primo capitolo sul welfare che i sindacati devono affrontare è quello del “reddito di cittadinanza (tecnicamente un reddito minimo garantito) col quale i cittadini già si confrontano, e se, in mezzo a tante critiche, la misura ha già avuto il merito di riportare al centro del dibattito pubblico i temi negletti della crescita salariale e del lavoro povero, sta ora al sindacato il compito di formulare una risposta coerente alla sua missione di rappresentanza”, spiega ancora Michele Tiraboschi.

“Una risposta -precisa il giuslavorista- che rispetti cioè le istanze della base senza rinunciare a muovere le leve a sua disposizione per la redistribuzione salariale, che stanno più nella contrattazione che nel lobbying legislativo. E la situazione si complica, in questo senso, con la promessa già ribadita dalla politica dell’introduzione di un salario minimo, punto comune nei programmi elettorali di Movimento 5 Stelle e Lega e materia di un disegno di legge ora all’esame del Parlamento”.

“Ci sono poi una serie di capitoli meno popolari ma nei quali le rappresentanze del mondo del lavoro potrebbero impegnarsi concretamente. Non solo la riduzione del numero dei contratti nazionali per liberare spazio alla contrattazione aziendale, come suggerito da Cipolletta sulla stampa qualche giorno fa, ma anche la modifica dei sistemi di inquadramento o la promozione di formule virtuose di alternanza scuola-lavoro che preparino il terreno per le nuove professioni. Insomma, pur sollecitate dal profilo economico della mondo del lavoro, le parti sociali non devono rinunciare alla sfida che la Grande Trasformazione consegna loro sul piano dell’organizzazione della produzione e dello stimolo dal basso allo sviluppo sostenibile. Seppure ciò non garantisca né clamore mediatico, né protagonismo politico”, conclude Tiraboschi.


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